Dott. Franco Sponziello
Psicologo

Articoli e pubblicazioni - Anno 2013

Altri anni:

Individualismo: l'illusione di essere il migliore - Gennaio
Cavalieri senza macchia, ma con tanta… paura
Una sera di fine dicembre scorso, ero in macchina nelle trafficatissime, dato il periodo, strade di Ostuni. Guardavo le tante auto che raramente erano occupate da più di una persona e pensavo a come ci si lamenti dell'inquinamento e del traffico, quando poi tutti continuano ad alimentarli con comportamenti individualistici che… Ops, ma ero anch'io da solo in auto… Sì, dovevo fare brevi tratti e poi… Ero stato colto in fallo da… me stesso e cercavo automaticamente di trovare giustificazioni plausibili per un comportamento che criticavo negli altri, ma che avevo scoperto anche mio. Le cose non sono andate proprio così, ma l'esempio è appropriato per introdurre l'argomento di questo mese che non tratta di una vera e propria patologia, ma di un modo di essere a dir poco discutibile e che si potrebbe riassumere nel noto passo del Vangelo: guardiamo la pagliuzza nell'occhio degli altri, senza accorgerci della trave che abbiamo nei nostri. Chi sporca è sempre qualcun altro, noi siamo puliti a prescindere; se tutti si facessero i fatti propri (… come me); se tutti fossero un po' più… (…come me), il mondo andrebbe meglio; io non sono razzista, ma… Insomma, una serie infinita di locuzioni che ci illudono di essere 'unici', ma che in realtà sono più semplicemente stereotipi da cui è difficile discostarsi. Accade allora che erigiamo una sorta di protezione che ci isola dalle 'cattiverie' (che appartengono solo gli altri) e che fa di noi una sorta di paladini la cui onestà e lealtà, dovrebbero essere presi a esempio da tutti. Se il mondo è marcio, noi ci salviamo escludendoci dalla contesa. Nell'infanzia, ci difendevamo per le marachelle fatte ("Non sono stato io"), quando i nostri genitori ci dicevano 'cattivo'. Perdevamo la nostra identità di bambino buono e ne avevamo paura avvertendo spiccati sensi di colpa. Col passare del tempo, per alcuni il meccanismo si radica rafforzando la convinzione di essere 'puri', quale unico modo per essere accettati dagli altri. Corrispondere agli schemi approvati universalmente, non è in sé negativo, tutt'altro: amicizia, solidarietà, onestà, decoro (nell'accezione ciceroniana "decorum"), sono sicuramente valori da far propri e a cui tendere. Considerarsi una 'mosca bianca', invece, deve destare qualche preoccupazione in quanto ci proietta su un pianeta il cui unico abitante è il nostro 'Io'. È per la paura di non essere all'altezza, che possano trasparire in qualche modo le nostre più nascoste e inconfessabili pulsioni, le ragioni per le quali si cerca di apparire assolutamente 'buoni e probi'. Insomma, una sorta di corazza che ci rende inattaccabili e che inevitabilmente nasconde permalosità e, talora, arroganza fino a diventare vera e propria ossessione (è il caso, per esempio, del fondamentalismo religioso e/o politico). Se vogliamo provare a cambiare, iniziamo chiedendoci se realmente siamo come diciamo di essere. Assumiamo mai anche noi atteggiamenti non perfettamente idonei? Si tratta magari di piccole 'pecche' che sicuramente scopriremo di avere. Non spaventiamoci e cerchiamo, invece, di pensare alle innumerevoli sfumature tra gli esseri umani, come alla scala cromatica. Decidiamo qual è il nostro colore preferito. Noi siamo lì, ma esistono tantissime altre combinazioni fino ad arrivare al colore che meno ci piace. Ci accorgeremo che siamo molto distanti da quest'ultimo, ma anche che potremmo benissimo essere in un punto intermedio, senza compromettere la nostra integrità morale.
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È carnevale, leviamoci la maschera!
Fino a una trentina di anni fa, il carnevale era un'occasione di vera e propria festa in Ostuni. Durava diversi giorni e la via prediletta era corso Garibaldi, per gli ostunesi "lu barche". Ci si mascherava come si poteva e le maschere classiche (Pulcinella, Arlecchino, e così via), erano rarissime. L'importante era camuffarsi per non essere riconosciuti, senza il bisogno di indossare gli sgargianti abiti del carnevale di Venezia... Probabilmente, sin dalle sue antichissime origini, i 'potenti' avevano in qualche modo compreso la valvola di sfogo rappresentata dal carnevale: "lasciamo sfogare per qualche giorno il popolo. Rimarrà calmo per il resto dell'anno e, addirittura, ringrazierà per avergli dato quest'opportunità". A parte le ragioni socio-antropologiche, qual è il significato psicologico, proprio di questo avvenimento? Ci si maschera per interpretare un ruolo nascosto, una parte che vorremmo impersonare, non consentiti dalle 'regole' della società in cui viviamo. Questa sembrerebbe essere la spiegazione apparentemente più plausibile ma, a mio parere, questo criterio andrebbe ribaltato: durante tutto l'anno indossiamo una 'maschera', che possiamo finalmente levare proprio a carnevale. Oscar Wilde ha centrato in pieno il problema: "Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero". Il nostro 'Io' si adegua alle convenzioni sociali e, quando sono troppo invadenti, lo costringono a comportarsi di conseguenza, adeguandosi alle circostanze e aderendovi spesso in maniera acritica. Il nostro inconscio, invece, elabora in tutt'altro modo le regole e, quando il contrasto con la realtà è troppo stridente/repressivo, spesso accade che ci si costruisca un abito su misura', una maschera appunto, che ci fa apparire come dovremmo/vorremmo essere. Carnevale ci offre solo apparentemente l'opportunità di 'esprimere' ciò che abbiamo represso. In realtà ci mascheriamo quotidianamente, e ciò è frutto di un 'allenamento/adeguamento' che inizia sin da piccoli e che ci modella secondo gli schemi dell'educazione che ci è stata impartita e delle convenzioni sociali: quanto più armonici sono queste due componenti, tanto più 'sottile' sarà lo spessore della maschera stessa. Non sono qui a sostenere che siamo tutti nevrotici. L'indicazione è di cercare una congrua mediazione tra i nostri desideri irrisolti e la possibilità di soddisfarli. In altri termini, una piccola trasgressione ogni tanto potrebbe giovare, come la valvola di sfogo della pentola a pressione. Un po' come quando si segue un certo regime alimentare: il dietologo prescrive le dovute limitazioni durante la settimana e lascia, però, uno spiraglio di trasgressione la domenica, proprio per rompere la monotonia della dieta stessa e non comprometterne l'efficacia. Gli esempi sono innumerevoli: se non alziamo mai la voce, proviamo a farlo, magari quando siamo in auto o in un luogo in cui non arrechiamo disturbo. Anche alzarla spesso, fa parte del mascheramento abituale, dunque proviamo a trasgredire anche parlando a un volume accettabile. La trasgressione, insomma, non è solo riferita al difetto, ma anche all'eccesso. Inutile aggiungere che quando la pressione è troppa e diventa insopportabile, conviene chiedere aiuto a uno specialista.
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Femminicidio, violenza sulle donne - Marzo
Ti amo tanto da ucciderti!
Alcuni lettori mi hanno chiesto un parere su un problema della massima gravità: l'aumento esponenziale degli omicidi di donne. A livello internazionale, l'ultimo tragico delitto ha come protagonista Pistorius, l'atleta paraolimpico che ha ucciso la compagna, Reeva Steenkamp. La notizia ha avuto grande clamore perché l'omicida è famoso, ma anche poiché non ci si aspettava da lui (che era riuscito a conquistare simpatia e solidarietà grazie alla sua tenacia nonostante l'handicap), un simile atroce gesto. Nell'immaginario collettivo, il 'cattivo' dovrebbe essere riconoscibile: volto truce, espressione arcigna, magari barba e baffi neri, e così via. Una sorta d'identikit del malvagio di lombrosiana memoria che serve, però, solo a tranquillizzarci. Invece no! Nella maggior parte dei casi abita con noi, vive con noi, è l'uomo comune, magari stimato e apprezzato. Gli omicidi delle donne, sono solo il massimo dell'orrore, ma non dimentichiamo i quotidiani stupri, maltrattamenti e sevizie anche psicologici. Perché certi uomini arrivano a questo? L'ipotesi della malattia mentale non convince, non perché non vi possa essere un disturbo di fondo, quanto perché, dato il moltiplicarsi degli omicidi in un lasso così breve di tempo, è statisticamente improbabile che tanti uomini si ammalino contemporaneamente. Una cosa certamente non è: amore. Se amo una persona, non posso che volere il suo bene. L'uomo che malmena, stupra e uccide, non può ammettere che la donna sia individuo autonomo e, spesso, più efficiente e intelligente. È disorientato e umiliato: non è più il dominatore assoluto, il re, lo sceicco con diritto di harem. L'autonomia della propria compagna è un affronto che mette a rischio la sua educazione da cui sono esclusi i vocaboli parità, rispetto, accettazione. Si sente tradito e lotta per riprendere il controllo e riaffermare la supremazia sulla donna. L'unica soluzione per placare le proprie angosce è umiliare picchiando e/o stuprando, fino a sopprimere chi ha osato mettere in discussione il suo potere. Anche un certo clima sociale, da qualche anno contribuisce a 'sminuire' la donna, offendendone decoro e immagine, fino a trasformarla in essere inferiore e facile da ottenere, come qualsiasi altra merce. Solo nel 1981 è stato abolito il delitto d'onore, grazie al quale all'uomo che uccideva la propria consorte, era riconosciuta una considerevole attenuante. Lo Stato riconosceva di fatto, la supremazia dell'uomo che aveva potere di vita e di morte. Credo che questo patologico senso dell'onore, in qualche modo si trasferisca da padre in figlio, attraverso comportamenti che non sempre portano all'omicidio, ma che spesso sono irriverenti nei riguardi delle donne. Psicologicamente, questi sono tutt'altro che dettagli: introiettiamo, facendoli nostri, i comportamenti del padre nei confronti della madre. Da qui alcuni consigli ai genitori maschi: non dimostratevi mai aggressivi con le vostre consorti, non solo perché assolutamente sbagliato in sé, ma anche i figli percepiscono come normale quel comportamento, senza coglierne l'intrinseca debolezza. Per le donne: al primo segnale di violenza, seppur minimo e nonostante le scuse che vi saranno fatte, iniziate a sospettare e a correre ai ripari (il numero verde di Telefono Rosa è 1522). Non si fa il bene dei figli sopportando la violenza. È esattamente il contrario: li si danneggia gravemente! Sia ben chiaro, non ho inteso trasmettere un messaggio di terrore generalizzato nei confronti di tutti gli uomini, ma una donna uccisa ogni 72 ore deve far riflettere e prendere coscienza del problema.
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Ansia e cambiamento di stagione - Aprile
Il ritorno della… mezza stagione
La primavera è il simbolo per eccellenza della rinascita: la natura si risveglia dal letargo invernale e chiama tutti, piante e animali, a ripartire verso un nuovo ciclo di vita. Alcuni di noi, però, stentano ad abituarsi a questo cambiamento stagionale e lamentano una serie di malesseri che sono incidentalmente aggravati anche dall'entrata in vigore dell'ora legale: i ritmi naturali subiscono un'ulteriore 'scossone' allungando i tempi di adattamento. A tal proposito la signora Giovanna mi scrive «con l'arrivo della primavera mi sento giù, sono stanca, ansiosa, svogliata e non dormo bene…». In realtà dovrebbe essere tutto nella norma, del resto non è forse vero che "aprile dolce dormire"? Accanto a questi sintomi a volte possono comparire irritabilità mancanza di concentrazione e, nelle forme più severe, cefalea e aumento dell'aggressività (la "bile gialla" che, secondo Ippocrate, il padre della medicina, è la secrezione ormonale che in primavera viene prodotta dall'organismo). In realtà le cause di questo malessere non sono del tutto note. Sicuramente entrano in gioco trasformazioni metaboliche, fisiologiche e biochimiche; tra le tesi più accreditate, il cambiamento di luce e il tempo di esposizione a essa per l'allungarsi delle giornate: l'organismo reagisce producendo una quantità maggiore di sostanze ormonali (cortisolo, serotonina, melatonina) che, in particolare nei soggetti ansiosi, producono brusche variazioni alla base del disagio. Accanto alle cause strettamente biologiche, vanno menzionati anche alcuni aspetti psicologici. L'ansioso è, come s'è detto, particolarmente predisposto a questo tipo di disturbo. Di solito egli è alla ricerca di uno stato di equilibrio psicofisico che viene trovato spesso a fatica, ma che è messo in discussione proprio dal cambiamento di stagione: è disorientato, quasi non si senta adeguato e sufficientemente forte per affrontare il cambiamento. L'insicurezza che caratterizza la gran parte della sua vita di relazione, riguarda anche l'approccio con la 'luce': il giorno diventa più lungo e, proprio per questo, più difficile da superare. L'equilibrio che in qualche modo era stato ottenuto nei mesi precedenti, ridiventa precario. La fiducia nelle proprie possibilità e capacità di superare il nuovo assetto climatico, è rimessa in discussione, imponendo di trovare ancora una volta, nuovi adattamenti e diverse soluzioni. Liberarsi dagli abiti pesanti, pare quindi simboleggiare l'abbandono dell'involucro che ci proteggeva, non solo dal freddo, durante l'inverno. Per contro, gli abiti più leggeri rivelano non già solo parti del nostro corpo, ma anche lati della nostra personalità che vorremmo tenere ben protetti. Premesso che quanto detto ha solo valore speculativo, poiché ogni caso va esaminato a parte, il consiglio per tutti coloro che accusano malesseri lievi, è di reagire alla pigrizia, uscire per una passeggiata, fare attività fisica, dormire a sufficienza e consumare cibi leggeri. Nei casi, per così dire, più complessi, finalmente sarebbe utile approfittare del disagio per farsi consigliare dal proprio medico di famiglia o da uno specialista, la soluzione adeguata.
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Suicidio - Maggio
Il baratro
Pian piano ci disinteressiamo alle cose che prima facevamo normalmente. Diventiamo sempre più tristi e il nostro umore è grigio, se non addirittura nero. Non ci va più di uscire né di avere contatti con altre persone. Iniziamo a vedere il cosiddetto bicchiere sempre mezzo vuoto. Il futuro a breve e a lungo termine, ci sembra inutile, da evitare, fino ad arrivare a vedere tutto irrimediabilmente catastrofico. Nulla ha più senso e tristezza, malinconia, pianto, ci assalgono senza una specifica causa. Siamo depressi. Può accadere per un breve periodo e per un motivo ben certo: morte di una persona cara, separazione, perdita del lavoro e così via. In questi casi tutto si dovrebbe risolvere in pochi mesi e senza particolari compromissioni. Altra cosa è il persistere dei sintomi 'covati' o manifesti da molto tempo. Potrebbe essere il caso della donna ritrovata morta suicida nel novembre scorso, nelle campagne di Ostuni. Così come di quello più recente accaduto a Carovigno agli inizi di aprile, che ha avuto come protagonista una giovane madre e la figlia. Mi è stato chiesto di commentare i tragici episodi. Cercherò di farlo nel pur breve spazio di un articolo, evidenziando eventuali correlazioni e differenze. La signora di Ostuni soffriva da qualche tempo di depressione scatenata, pare, dalla separazione dal compagno. Il problema è che le depressioni 'reattive' (che insorgono, cioè, in seguito a un episodio ben noto), raramente sfociano, come detto prima, in forme gravi, dunque c'è da supporre che l'evento (la separazione), abbia sollevato il coperchio di una situazione che covava già da tempo. Il gesto è stato meditato e portato a termine senza platealità, in solitudine, diventata ormai sua compagna e complice inseparabile. Il caso creò molto scalpore tra gli ostunesi: oltre i naturali dolore e sbigottimento, le considerazioni riguardavano la bellezza della signora, la buona famiglia di provenienza, la ben avviata attività lavorativa. Nell'immaginario collettivo, all'orrore per il fatto in sé, si sono aggiunte valutazioni di ordine estetico e sociale, quasi a rendere più inspiegabile il gesto estremo e, dunque, in un certo senso ad allontanarlo dal nostro personale vissuto: una sorta di esorcismo del problema, una barriera che evita il 'contagio'. Reazione del tutto comprensibile solo se non porta alla sottovalutazione dei sintomi, siano essi presenti in noi che in nostri amici e familiari. Il secondo tragico episodio, più recente, è per certi versi anche più inquietante, poiché coinvolge una bambina. La giovane madre di Carovigno, sembra anch'essa aver premeditato il suicidio. Come nel caso trattato prima, si era separata dal marito, ma le analogie, a parte un indiscutibile stato depressivo, finiscono qui. Ricorda Medea, la maga moglie di Giasone che, dopo essere stata da lui ripudiata, uccide i propri figli per colpire il marito. È difficile comprendere con precisione le reali condizioni che portano a decisioni così estreme, i giorni, le ore che precedono il momento. Sicuramente uno stato di profonda frustrazione e di angoscia assoluta, oltre alla convinzione che portare con noi chi abbiamo 'creato', decidere anche per esso, è l'unica possibilità che ci resta: «nessun altro potrà voler bene a mio figlio quanto gliene voglio io e, comunque, sicuramente vivrebbe una vita infelice con chi si è permesso di ridurmi in questo stato». Tengo a specificare che queste sono solo disquisizioni puramente accademiche, non essendo a conoscenza dei particolari riguardanti i due episodi, ma con tutta la forza di cui dispongo, consiglio chi personalmente ha (o conosce familiari e amici che ne abbiano), problemi depressivi anche lievi, anche se ne conosce le cause, anche se non soffre da molto tempo, di confidarsi di là dalla vergogna (la stupida vergogna!). Parlarne con il proprio medico curante è la prima cosa da fare. Oggi disponiamo di farmaci e metodologie psicologiche in grado di risolvere il problema nella maggior parte dei casi: dal baratro si può uscire.
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Il disagio mentale in provincia di Brindisi - Giugno
Ma siamo matti?!
Fra le tante patologie che più temiamo, sicuramente quelle psichiatriche occupano i primi posti. Non sono di per sé mortali, benché alcune di esse possano indurre al suicidio. La paura sta nella perdita del controllo delle nostre facoltà mentali e della nostra capacità di raziocinio. Da sempre chi è affetto da schizofrenia (la malattia psichiatrica per antonomasia) e da qualsiasi altro disturbo psicotico, non è considerato un vero e proprio malato, ma un 'diverso', da cui stare alla larga da assecondare sempre e con cui assumere un atteggiamento condiscendente, quasi trattassimo con un bambino che, per la sua condizione immatura e l'innata propensione alle 'stranezze', necessitasse di un approccio falsato, innaturale, oserei dire teatrale. Sì, perché se ci osservassimo parlare con una persona che riteniamo mentalmente 'diversa' (un 'matto', appunto), ci sorprenderebbero la nostra mimica facciale, la nostra gestualità, il tono della voce particolarmente accomodante: abbiamo paura delle reazioni dell'altro, perché ci aspettiamo solo reazioni brusche e devastanti. "Il matto è violento, lo sanno tutti!" Beh, pare proprio che non sia vero. Uno studio americano (MacArthur Research Network on Mental Health and the Law), ha rilevato, tra l'altro che: "gli atti di violenza commessi da chi è dismesso da reparti psichiatrici, sono molto simili agli atti di violenza commessi dalle restanti persone viventi nella stessa comunità in termini di tipo (ad es. percosse), obbiettivo (ad es. i membri della famiglia) e luogo (ad es. a casa)". Insomma, il nostro timore nei riguardi di chi soffre di disturbi psichici dovrebbe essere ridimensionato e riportato al livello di attenzione che rivolgiamo verso chiunque altro. Mi rendo tuttavia conto che è difficile affrontare questo problema che appartiene, prima di tutto, a un certo modo di pensare comune, alla 'mentalità' che ha sempre privilegiato la forza, la perfezione, a discapito della consapevolezza e dell'approfondimento. E poi, non è forse un consolidato e collaudato meccanismo di difesa, quello che ci spinge a bollare gli altri come 'diversi', proprio perché questa distinzione fa di noi i 'normali'? Ogni paese ha il suo 'scemo del villaggio' (gli ostunesi più anziani ricorderanno 'Pascalu lu pacchiarone'), possa avere egli un deficit mentale o essere un paziente psichiatrico, poco importa: esiste ed è strano, dunque ho un metro di paragone per soddisfare i criteri che mi vogliono sano e forte. Alcuni di noi sono disposti alle bassezze più oscene e immorali, pur di evidenziare la differenza: ridere non basta più; ora il matto va fatto vedere in internet, su youtube. Personalmente trovo ingiustificabili e malvagi tali comportamenti (altro che i 'matti'!).
La situazione nella nostra provincia, con particolare riguardo ai giovani: a colloquio con il dott. Franco Colizzi, psichiatra e direttore del Centro di Salute Mentale di Brindisi.
Le statistiche sul disagio mentale nella provincia di Brindisi, non si differenziano di tanto dai numeri a livello nazionale: patologie e trattamenti sono identici in tutto il territorio italiano e alcuni dati comuni si sono modificati uniformemente dappertutto. "Quasi un caso su due dei disturbi, soprattutto di tipo psicotico, sono correlati all'uso di sostanze (alcolici e stupefacenti)" riferisce il dott. Franco Colizzi, direttore del CSM di Brindisi e San Vito, durante un colloquio assolutamente informale. "Studi effettuati anche a livello internazionale, confermano questo dato che si rileva anche nel nostro territorio".
Addio, dunque, all'idea che le droghe leggere, marijuana e hashish, non costituiscano un rischio per la salute mentale. Si deve, comunque, tener conto che il principio attivo delle droghe leggere è stato, negli ultimi anni, artificiosamente modificato ad hoc, per raggiungere livelli di sballo sempre più pericolosamente elevati.
"È enorme e cresce ogni giorno, il numero di prodotti sintetici la cui composizione è assolutamente sconosciuta, probabilmente anche a chi li produce. La comparsa di queste sostanze psicoattive, è in correlazione con l'insorgenza di disturbi psicotici e gli effetti che hanno sull'organismo e sulla psiche sono devastanti ", aggiunge il dott. Colizzi. "Queste droghe, il più delle volte parenti strette della cocaina, possono scatenare e anticipare l'insorgenza dei disturbi psicotici o aggravarli se già esistenti. Le psicosi, la schizofrenia, colpiscono prevalentemente i giovani e l'uso di sostanze stupefacenti (ma anche l'abuso di alcolici), abbassano la soglia dell'età, favorendo l'esordio di questi episodi che spesso vengono confusi con la normale 'turbolenza' adolescenziale. Possono, dunque, trascorre quattro - cinque anni prima che la famiglia, la scuola, ma anche alcuni medici di famiglia, si rivolgano allo specialista e alle preposte strutture sanitarie, per arrivare alla diagnosi corretta. Questo lasso di tempo complica il decorso, in quanto il mancato trattamento terapeutico, può produrre anche modificazione a livello cerebrale difficili da correggere. È un po' come avere la pressione alta per cinque anni senza accorgersene: i danni, in ogni caso, sono stati provocati."
In questo quadro preoccupante, ma doverosamente tracciato dal dott. Colizzi, qualcosa di positivo si muove. A iniziare da Canada, Australia, Stati Uniti, Inghilterra, molti Paesi si stanno adoperando per la prevenzione di queste problematiche, promuovendo la cultura della prevenzione. Chi è a contatto quotidiano con i ragazzi, dovrebbe vigilare con discrezione e attenzione, ma senza allarmismi. "Le famiglie prima di tutto, ma anche gli insegnanti, hanno la possibilità di notare i segnali di un probabile disagio: comportamenti di chiusura, insoliti, bizzarri; il ragazzo di colpo non va più bene a scuola o ha problemi, prima assenti, in qualche modo legati a essa. Insomma, se questi sintomi dovessero durare per qualche mese, sarebbe il caso di rivolgersi alle competenti strutture, tramite il medico di famiglia. La preoccupazione di un'eventuale etichettatura di 'matto', è da considerarsi assolutamente fuori luogo in quanto un intervento tempestivo riduce drasticamente il rischio che il disturbo cronicizzi."
Purtroppo da noi mancano quasi del tutto strutture 'aperte', che offrano, cioè, un'accoglienza non strettamente ospedaliera come accade, riferisce il dott. Colizzi, per esempio in Australia, dove esistono centri sparsi capillarmente sul territorio e che tutto possono sembrare, tranne presìdi di salute mentale. Vi si accede anche solo per un consulto molto informale, benché approfondito. Insomma, anche se in Italia e nella nostra provincia, si stenta a dare il giusto peso a questo settore della sanità pubblica, strutture come il Centro di Salute Mentale di Brindisi, cercano di adeguarsi a standard più avanzati, spogliandosi dalla veste prettamente ambulatoriale. "In fin dei conti la prevenzione, per esempio del cancro al seno, si fa su una scala abbastanza ampia, se pure non ancora soddisfacentemente elevata. Solo una piccola percentuale tra le donne che si sottopongono a mammografia ed ecografia, risulteranno avere un problema e molte di queste potranno curarsi proprio per aver affrontato i controlli preventivi. Con le dovute differenzazioni, lo stesso criterio è valido per qualsiasi altra patologia e, in special modo, per quelle psichiatriche".
A conclusione di questa prima parte del colloquio, chiedo al dott. Colizzi com'è strutturato il Centro da lui diretto e cosa deve fare concretamente chi volesse approfondire problematiche proprie o di parenti e conoscenti.
"Il Centro è frequentato da circa 1600 persone che ogni anno vengono da noi per i più svariati motivi: dagli episodi psicotici, alle depressioni, fino ai disagi minori e ai semplici consulti per consigli e pareri. Siamo aperti a tutte le richieste cercando quell'informalità cui si accennava prima, ma mantenendo sempre un alto profilo professionale. Oltre gli psichiatri, sono presenti altre importanti figure professionali come psicologi, assistenti sociali e così via. Anche a livello farmacologico, si sono fatti grandi passi avanti e ci sono, appunto, farmaci che funzionano benissimo. Purtroppo si aspetta troppo a rivolgersi a uno specialista, anche per una sorta di pudore che non ha effettivamente senso, se paragonato ai maggiori problemi rivenienti dall'acutizzarsi e cronicizzarsi di una malattia psicotica". Come più volte ripeto in questa rubrica, è indispensabile agire al momento giusto, provvedendo senza alcuna esitazione, perché la salute mentale è importante almeno quanto quella fisica.
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Stress da vacanza estiva - Luglio
Vacanze? Non vedo l'ora… (di tornare a casa)
Ricordate la 'villeggiatura'? Magari i più giovani no, dunque riporto la definizione della Treccani: "… il trascorrere le vacanze, un periodo di riposo o di svago, in campagna, al mare o ai monti." A me fa rilassare anche solo leggere queste parole. Per molti ostunesi la villeggiatura durava anche un mese (per alcuni, almeno un mese). Non che si navigasse nell'oro. Anzi! Il capofamiglia, all'epoca più raramente lavoravano entrambi i genitori, quasi sempre continuava la propria attività, proprio per garantire vacanze più lunghe al resto della famiglia. Sì lo so, i tempi sono cambiati: il lavoro (quando c'è, ahimè!), e le abitudini in genere, non permettono più certi 'lussi'. Ora ci si deve rilassare per forza e in un lasso di tempo molto più breve. Non intendo fare un'elegia dei bei tempi andati con nostalgico rimpianto, ma vorrei invitare a vivere al meglio il poco tempo dedicato alle vacanze che, sempre ricorrendo all'enciclopedia, scopriamo essere un periodo di "riposo più o meno lungo dalle proprie ordinarie occupazioni che una persona si concede". 'Concedersi' è, dunque, la parola "magica". Non 'prendere' o 'fare', che hanno un significato già per sé ansiogeno, ma 'concedere a se stessi' che sottintende, sì meritare qualcosa, ma soprattutto viverlo con tranquilla disinvoltura. Personalmente nutro una sana avversione nei confronti delle vacanze 'mordi e fuggi' e, soprattutto, di quelle organizzate. Non mi riferisco alla scelta del luogo, alla prenotazione e a tutti i dovuti preparativi, quanto allo stabilire già da tempo, 'come' vivrò tutti i momenti della giornata perché nemmeno un minuto sia lasciato al caso… Be', io credo che proprio in quei pochi 'minuti', alla fine, ci si rilassi di più! Non è, forse, ciò che facciamo tutto l'anno organizzare il nostro tempo con ritmi standardizzati e rigidamente organizzati? Dubito che riprodurre lo stesso meccanismo anche quando potremmo\dovremmo staccarci da esso, possa definirsi rilassante. Tutt'altro! Nel corso dell'anno, immagazziniamo una notevole quantità di stress (tensione, ansia, preoccupazioni) e le vacanze devono essere una sorta di depuratore, una valvola di sfogo che riequilibri lo stato di benessere psico-fisico. Internet è stracolma di consigli per le vacanze: dal fitness alle diete, dai luoghi più o meno esotici ai ritiri spirituali e così via, che, alla fine, rischiano di contribuire allo stress vacanziero, anziché eliminarlo. Personalmente suggerirei poche accortezze:
1) optare per località dove già in passato si è stati bene o che, comunque, ispirino serenità;
2) 'mediare' tra le necessità dei figli e le proprie (alla fin fine i bambini sono in vacanza tutto l'anno…);
3) se si deve partire con qualcun altro, scegliere assolutamente persone con le quali si sta bene;
4) dormire e rilassarsi (anche oziando), quando e quanto ci pare, senza l'assillo della sveglia o degli appuntamenti da rispettare a tutti i costi;
5) svolgere pure attività fisica, ma senza che ciò ci affatichi (ai chili di troppo avremmo dovuto pensarci prima…);
6) ridere, ridere, ridere!
Queste sono, ovviamente, indicazioni di massima. Ognuno scelga in quale modo viversi le 'ferie', ci mancherebbe! Tenevo solo a raccomandare di allentare la corda, di non divertirsi per forza, di non stressarsi nel tentativo di raccontare quanto poco stressante sia stata la vacanza, di non esagerare, sempre nell'intento di ricordare (a sè e agli altri), quanto siamo riusciti a stare bene. Insomma, se al rientro ci sentiamo stranamente tranquilli per non aver fatto poi granché, allora ci siamo davvero rilassati. Buone vacanze a tutti.
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A cavallo dei ricordi - Settembre
Alcune settimane addietro, verso la fine di luglio, ricevo la telefonata di un caro amico che non vedo da almeno un anno. Si trasferì ancora adolescente, nel nord Italia con tutta la famiglia. "Motivi di lavoro", disse all'epoca, trattenendo a stento le lacrime. È la vita (soprattutto per chi è nato al Sud…)! Come spesso accade, all'inizio ci si scrisse con una frequenza quasi giornaliera, che andò inevitabilmente calando col trascorrere dei mesi, poi degli anni, fino a ridursi a qualche telefonata sporadica, così come sempre più rari divennero i 'ritorni' alla città d'origine. Quasi mai, però, è mancato alla festa in onore del Patrono. Emigrare, lasciare il proprio paese d'origine per lavoro o per altri motivi, comunque per molto tempo, comporta una serie di cambiamenti dovuti al distacco dalle persone care, dai luoghi, dalle abitudini che avevano contribuito a formare la propria identità. Le 'coordinate', affettive e geografiche, cambiano costringendoci a ricostruire ex novo i rapporti con le persone e i luoghi. Mai, come soprattutto all'inizio, ci si sente così vulnerabili e fuori posto. Mai, come in quei momenti, ci si lascia prendere dalla nostalgia che, pur logorante, sembra essere l'unico modo per sopportare il distacco. Mai è come ce l'aveva descritto il parente o l'amico che già risiedeva lì. Mai è come ce lo siamo voluto immaginare. Luoghi e persone cari sono svaniti e ci sembra si sia dissolta con essi, anche una parte importantissima di noi stessi: le nostre radici. Il timore di essere dimenticati (ma anche di dimenticare), rafforza ancor più la sofferenza che, di solito, inizia ad allentare la sua morsa dopo diversi mesi. Intanto, quando possibile, si torna: ci sono i genitori, i nonni, i parenti e gli amici, da cui ci si è dovuto separare. Il 'rito' della riunificazione si ripete e la sensazione è quella di essere tornati a un passato che, paradossalmente, sembra rinnovarsi a ogni ritorno. Sono giorni pieni, da vivere intensamente perché rappresentano una 'ricarica' delle risorse psichiche, una sorta di 'disintossicazione' intensiva dallo stress, non paragonabile a una vacanza trascorsa altrove. Il cibo è sicuramente più buono e genuino, anche se preparato con gli stessi ingredienti che si possono trovare ovunque, ma si digerisce meglio e si dorme benissimo. Dopo qualche giorno si ripeterà il triste momento del distacco, ma è d'obbligo assistere alla Cavalcata di sant'Oronzo (la festa patronale n.d.r.), che non è solo un atto di devozione. Per i più grandi significa rivivere momenti indimenticabili della propria infanzia. Il corteo di cavalli e cavalieri bardati a festa, il suono del piffero e del tamburo che lo precede, la fiera, le noccioline, le luminarie, la banda, i fuochi d'artificio, tutto contribuisce a risvegliare quella parte di noi che, fortunatamente, non diventa mai adulta. Una giusta dose di 'sana fanciullezza', che non va confusa con l'infantilismo, è molto importante per il nostro equilibrio psicologico: ci consente di non prenderci sempre e troppo sul serio, aiutandoci ad affrontare gli avvenimenti della vita con un'indispensabile dose di autoironia e di tranquilla spensieratezza. I 'ritorni' facilitano questa magia: ci rassicurano facendoci sentire ancora parte della 'terra', delle nostre primitive origini. Bentornati.
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Misofobia e rupofobia - Ottobre
Io me ne lavo le mani?
Quante volte al giorno ci laviamo o disinfettiamo le mani o altre parti del nostro corpo? Se facciamo la conoscenza di una persona, dopo aver scambiato la canonica stretta di mano, cerchiamo subito una salvietta disinfettante o il flaconcino di amuchina, anche se chi abbiamo appena conosciuto è un chirurgo che si accinge a entrare in sala operatoria? Quante volte laviamo i pavimenti, i vetri delle finestre della nostra casa? Ci affligge il pensiero costante di non essere perfettamente puliti o che non siano tirati a lustro gli ambienti della nostra abitazione? A meno di non svolgere un'attività in cui si renda necessaria un'igiene costante, siamo in presenza di due disturbi molto simili e comuni, sebbene spesso trascurati: la misofobia e la rupofobia. La prima, paura di essere contagiati e infettati dal contatto con altre persone, è anche chiamata 'sindrome di Pilato' (non credo ci sia bisogno di spiegare il perché…). La rupofobia, paura, anch'essa immotivata, riguarda lo sporco in genere. Spesso sono abbinate, costituendo un serio problema per chi ne soffre. Secondo le tesi più accreditate, le cause sono da ricercarsi anche nell'educazione ricevuta, particolarmente restrittiva e bigotta. In effetti, proprio la simbologia del lavarsi, del purificare se stessi e l'ambiente circostante, rivela l'angoscia compulsiva di togliere ogni traccia di contaminazione, quasi a cancellare propositi e idee inconsce che si è stati costretti a ritenere inaccettabili sin dall'infanzia. Purtroppo accade molto più spesso di quello che s'immagina: alcuni genitori sono convinti della necessità di impartire un'educazione molto rigida, apparentemente per 'immunizzare' i propri figli dai 'germi' contenuti nel 'mondo esterno'. In realtà questa educazione repressiva, nasconde il bisogno inconscio di punire più che tutelare. "Prima il dovere, poi il piacere!". Una massima difficilmente discutibile nella sua disarmante saggezza. Eppure, è molte volte alla base di educazione portata all'estremo, laddove il piacere resta un miraggio poiché il dovere, non si finisce mai di completarlo. L'educazione rigida, se ha come tema conduttore in particolare la pulizia, lo stare lontano dagli altri per evitare qualsiasi contatto (di per sé contagioso e peccaminoso), è molto probabile che porti a sviluppare disturbi d'ansia come, tra gli altri, misofobia e rupofobia. Queste tipologie di disturbi, conducono il soggetto a eseguire rituali anche particolarmente elaborati, la cui utilità serve ad alleviare i sensi di colpa che, appunto, derivano dal legittimo bisogno di relazionarsi con gli altri, contrapposto all'impossibilità di farlo proprio per non sentirsi sporco e infetto, dunque contraddire i propri educatori. Il rupofobico conduce una vita davvero insoddisfacente, dovendo da un lato evitare, in sostanza, ogni relazione e, dall'altro, essendo cosciente del proprio stato. Il problema va affrontato per tempo poiché il disturbo tende a cronicizzare. Esistono metodologie molto valide, che possono almeno lenire la sintomatologia, rendendo più sopportabile la vita di tutti i giorni. Parlarne con il proprio medico di famiglia o direttamente con uno specialista è, come al solito, la raccomandazione per non… lavarsene le mai.
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Ipnosi - Prima parte - Novembre
"Sogno o son desto?"
fa dire Shakespeare ad Antifolo di Siracusa ne 'La commedia degli equivoci'. È la frase che mi è subito balenata in mente quando mi è stato chiesto di scrivere qualcosa sull'ipnosi clinica. Essendo anche ipnologo, ho accettato di buon grado, nonostante la materia sia ancora circondata da un alone di congetture e preconcetti difficili da eradicare. La trance ipnotica è un'alterazione dello stato di coscienza. Mi rendo conto che questa definizione sembra aggiungere disorientamento e diffidenza, invece che chiarire e tranquillizzare. Eppure ognuno di noi sperimenta la trance quotidianamente, per esempio quando siamo soprapensiero e, per qualche tempo ci isoliamo da tutto e da tutti fantasticando su 'progetti' mentali che, apparentemente, non hanno né capo né coda. Ci rincresce tornare alla realtà e vorremmo rimanere ancora un po' in quello 'stato alterato di coscienza', appunto. Chi ha guidato per tratti più o meno lunghi di strada, soprattutto se quei tragitti sono noti, avrà sperimentato che, a volte, si ritrova ad aver percorso un certo numero di chilometri senza essersene accorto. Era soprapensiero anche in quel caso, ma non era distratto a tal punto da fare un incidente: la sua 'memoria muscolare' ha supplito allo stato di trance, una sorta di pilota automatico che è entrato in funzione al momento giusto. L'innamoramento, poi, non è un classico stato di alterazione della coscienza? Non siamo forse in trance quando leggiamo un romanzo, vediamo un film, seguiamo una qualsiasi azione che ci coinvolge intensamente? Gli esempi sono tanti e il denominatore comune è che non si sta male, tutt'altro. In effetti, la giusta definizione di stato alterato della coscienza, riferito all'ipnosi è 'stato di coscienza differente dal normale', da non confondersi con gli stati alterati, quelli sì patologici, dovuti all'alcol, alle sostanze stupefacenti e ad alcuni disturbi psicotici. Si obietterà che qualsiasi stato che non sia normale è di per sé da evitare. Beh, io non sarei tanto d'accordo, poiché la normalità pura non esiste. Ciononostante trascorriamo ore e ore davanti alla tv o al computer o incollati ai cellulari, insomma facciamo cose che solo apparentemente sono 'normali', ma che in realtà nascondono il disagio dell'incomunicabilità, della solitudine e dell'isolamento: uno stato di alterazione in cui critica e coscienza sono momentaneamente esclusi per lasciar spazio a indottrinamenti circa cosa mangiare, come vestire, come… pensare. Ci saremmo mai immaginati un Papa come l'attuale? È 'normale' che esca così tanto dai canoni cui eravamo abituati? Credo che, senza nulla togliere ad altri pontefici, il linguaggio e gli atteggiamenti di Papa Francesco, abbiano completamente ribaltato il significato di 'normalità. In questo caso, a mio parere, in senso positivo. Non tutto ciò che è differente dalla norma, dunque, si deve interpretare come sbagliato e nocivo o contrario alla morale.
Cenni sulle origini
L'ipnosi è sempre stata associata a personaggi mitologici: le sirene che ammaliavano i marinai con il loro canto, Medusa che pietrificava chiunque la guardasse, fino ad arrivare a tempi relativamente più recenti con Dracula e vampiri vari, film nei quali le vittime cedono una volta fissate negli occhi. I film sull'ipnosi, poi, non si contano. In realtà è impossibile imporre con l'ipnosi clinica, atteggiamenti in contrasto con la propria etica, dunque omicidi, furti, sottomissioni e quant'altro non esistono, poiché cozzerebbero con i principi del paziente il quale, semplicemente, aprirebbe gli occhi e se ne andrebbe. Il dr. Domenico Legrottaglie* nel suo saggio "L'ipnosi come strumento terapeutico" (Schena editore), fornisce interessanti cenni storici sull'ipnosi: "«Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull'uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto». (Gn 2,21) Come si evince dal dettato biblico, il primo a usare l'ipnosi per un intervento chirurgico è stato il Creatore. Sebbene abbia simpatia per questo approccio, penso che la scienza sia lo strumento più idoneo alla comprensione dell'ipnosi. In ogni caso «l'ipnosi ha l'età dell'uomo e la si trova utilizzata, anche se con denominazioni diverse, in ogni civiltà» (Pavesi-Mosconi, 1974). Lo studio dei costumi di popoli primitivi "attuali" e di reperti archeologici in tombe o templi induce a ritenere che già allora fossero noti fenomeni di ipnosi. Rimedi di indole "magica" sono pure riferiti nel papiro di Edwin Smith, che tratta della medicina praticata presso gli Egizi attorno al XXX secolo a.C. Già diciotto secoli prima di Cristo i Cinesi usavano l'ipnosi, che veniva indotta con canti e danze, cominciando col suono di campane e di tamburi alternati con la musica di strumenti a corda e di flauti: si danzava girandosi attorno a non finire, mormorando il linguaggio degli spiriti per mettersi in comunicazione con i morti. Oppure il celebrante doveva rimanere digiuno e immobile tre giorni cercando di richiamare alla memoria le sembianze dell'estinto, i suoi modi di pensare e di fare. Alla fine il morto appariva e parlava al celebrante. Questa nel nostro linguaggio è un'allucinazione positiva indotta ipnoticamente. Che gli ebrei del Vecchio Testamento usassero l'ipnosi a scopo terapeutico ne abbiamo una prova nella Bibbia, dove sono riportati numerosi casi di guarigioni ottenute con il solo passare delle mani sulla parte ammalata. Di un processo di ipnosi sembra essere il sonno indotto del profeta Elia nella grotta di Caifa. I Celti svilupparono le pratiche ipnotiche a un livello di eccellenza. (È molto probabile che i loro sacerdoti, druidi, ricorressero a suggestione ipnotica). Ma quello che stupisce maggiormente è il fatto che i druidi potevano far apparire pustole sul viso della vittima. Il principio psicosomatico all'inizio dell'era cristiana! In India e in tutto l'Oriente santoni e fachiri usavano questa pratica da millenni a scopo terapeutico e per acquistare stati di potere che sono apparentemente soprannaturali. Non è infatti una novità per nessuno quello che uno yogy può ottenere dopo anni di allenamento in autoipnosi. Certe pratiche mediche indiane risentono dell'influenza del bramane- simo e del buddismo. Anche i riti dei Maya, degli Aztechi e degli Incas, così valorizzati dalla medicina precolombiana, sono tecniche tutte rivolte a finalità anche terapeutiche. L'ipnosi fu portata dall'Egitto all'antica Grecia, i cui medici, dediti alla magia, l'accolsero con vero entusiasmo…" L'elencazione continua passando dagli Esquimesi agli Araucani del Cile, allo stesso Esculapio, fino alla metà del secolo scorso allorché l'ipnosi iniziò il lento percorso di riabilitazione e riscoperta scientifica, grazie soprattutto a uno psichiatra particolarmente illuminato: Milton Erickson. Nel prossimo numero entreremo nel merito, per quanto possibile, delle applicazioni dell'ipnosi clinica che, ribadisco, non ha nulla a che vedere con le pratiche da baraccone.
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Ipnosi - Seconda parte - Dicembre
"Gli occhi sono lo specchio dell'anima"
Il senso di quest'affermazione è noto a tutti e significa che, per così dire, essi forniscono indicazioni sul nostro stato emozionale. Ciò è vero fino a un certo punto poiché gli occhi, senza la mimica facciale e il movimento delle palpebre, in sé non dicono proprio nulla. Forse, proprio per essere l'unica parte del nostro cervello che sporge all'esterno, gli occhi sono sempre stati il tramite diretto con la nostra parte interiore. Il mito dell'imposizione della volontà attraverso lo sguardo trova luogo in certa ipnosi da avanspettacolo, ridicola, negativa e invasiva. Nell'immaginario di tutti noi, l'ipnosi è associata alle esibizioni degli ipnotizzatori da palcoscenico, proprio per la sua enfasi spettacolare. Non solo. Utilizziamo sovente metafore in cui l'ipnosi assume un significato positivo o, comunque, affascinante ("non riuscivo a distogliere lo sguardo. Ero come ipnotizzato"). Più spesso, invece, l'accezione del termine è assolutamente negativa. È il caso degli zingari cui attribuiamo capacità addirittura paranormali. In ogni caso cerchiamo di dare una spiegazione a fatti che ci impressionano e di cui non capiamo la natura. Insomma ci difendiamo, come sempre l'uomo ha fatto, demandando al soprannaturale, ciò che è apparentemente inspiegabile. L'ipnosi, al contrario, è comprensibilissima poiché normale e naturale stato comune a tutti. Difatti non esiste persona che non sia ipnotizzabile, fermo restando le resistenze che variano da individuo a individuo e di cui alcuni vanno fieri ma che, paradossalmente, potrebbero nascondere problematiche psicologiche. L'errore più comune è confondere l'ipnosi con la suggestione, nella quale il soggetto non è consapevole di agire, pensare e volere. Al contrario, nell'ipnosi clinica il soggetto è assolutamente consenziente e, dopo averne sperimentati gli indiscutibili vantaggi, è addirittura impaziente di tornare in quello stato di completo rilassamento da cui si potrà riprendere in qualsiasi momento, autonomamente.
Com'è cambiata l'ipnosi
Fino alla prima metà del secolo scorso, l'ipnosi era praticata in modo impositivo, autoritario: con tono di voce perentorio, si 'ordinava', appunto, di dormire impartendo poi suggestioni relative ai sintomi di un qualsiasi disturbo, che sarebbero scomparsi al risveglio. Sì, perché si riteneva che l'ipnosi addormentasse, assunto completamente errato. Il problema, però, si ripresentava puntualmente dopo un certo periodo di tempo, tant'è che Sigmund Freud, che inizialmente utilizzava l'ipnosi per i propri pazienti affetti da isteria, non l'applicò più ritenendola troppo costrittiva, ma proprio per questo inefficace. L'ipnosi fu di conseguenza abbandonata da un po' tutto il mondo scientifico, fino alla prima metà del 1900, quando lo psichiatra americano Milton Erickson la riabilitò, modificandone radicalmente teoria e metodo e rendendola uno strumento assolutamente efficace. Erickson è considerato unanimemente il padre della moderna ipnosi clinica, il cui approccio si basa sulla considerazione che con l'inconscio si debba interagire anziché imporsi. Da stato alterato di coscienza, l'ipnosi diventa, dunque, stato di coscienza naturale e fisiologico. Per rimanere all'esempio della guida, descritto nella prima parte, quando siamo in auto, dobbiamo impegnare la nostra attenzione in una serie di azioni: guidare, appunto, ma anche ascoltare, nel caso parlare, e così via. L'attenzione, però, si concentra su un singolo comportamento per volta, dunque, per compiere simultaneamente due azioni, la mente ne esegue una di queste in automatico. È qui che il nostro cervello opera una sorta di leggera trance ipnotica. Erickson ne dedusse che, se si fosse riusciti a simulare un processo analogo, invece di imporre una soluzione, si sarebbe potuto proporre il cambiamento, sollecitando le risorse che ognuno di noi ha, ma che, per vari morivi, non riesce da solo ad attivare. L'unico modo, cioè, di dialogare con l'inconscio è individuare le potenzialità insite, anziché portare dall'esterno un progetto che poco o niente ha a che fare con il vissuto proprio di ognuno di noi. Insomma, si potrebbe dire che all'inconscio, come al cuore, non si comanda ed è per questo che la moderna ipnosi ericksoniana, evita scrupolosamente le frasi contenenti negazioni e, comunque, qualsiasi costruzione verbale che si contrapponga alle istanze proprie dell'inconscio.
Applicazioni dell'ipnosi
Da ipnologo clinico, non reputo l'ipnosi terapia nel senso stretto del termine, ma uno strumento davvero efficace e concretamente valido per il sostegno, in sinergia con medici e specialisti, a moltissimi disturbi. Solo per citarne alcuni: disturbi d'ansia, fobie, attacchi di panico, insonnia, asma psicosomatica, emicrania e cefalee soprattutto tensive, obesità, fumo (tabagismo). L'applicazione in sessuologia è valida per molti disturbi, tra i quali l'anorgasmia (pseudo frigidità), per la donna e i disturbi di eiaculazione precoce e d'impotenza per l'uomo. L'ipnosi è un mezzo molto efficace anche per l'attenuazione del dolore, anche cronico, e come anestetico quando le condizioni del paziente non consentono l'utilizzo della narcosi. L'ipnosi è, invece, sconsigliata nei casi di psicosi, epilessia, e di depressione Maggiore. Tengo a ribadire che qualsiasi disturbo deve essere sempre controllato e valutato in primo luogo dal medico e dallo specialista del settore. Gli studi sulla biochimica e sulla fisiologia che stanno alla base dell'ipnosi, dimostrano le variazioni che si ottengono durante e dopo una seduta, riconoscendone gli effetti benefici in particolare sul rilassamento che si protrae per un periodo considerevolmente lungo di tempo. Alla base di quasi tutti i disturbi che ho menzionato, c'è l'ansia. Spesso è un problema a se stante: ci si sente 'tesi' a prescindere da ciò che si sta facendo, una sorta di colonna sonora che ci accompagna, più o meno frastornante, per tutto il giorno. È proprio su questi livelli che l'ipnosi agisce in modo determinante, riportando l'ansia a valori accettabilissimi. Le sedute di solito sono poche e hanno l'obiettivo di insegnare al soggetto la tecnica giusta e personalizzata per proseguire autonomamente il percorso. Lo scopo è quello di acquisire la padronanza del rilassamento con l'autoipnosi. I risultati sono sempre molto positivi e soddisfacenti, con riduzione significativa dei livelli di ansia in tempi brevi. Buone feste a tutti.
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