E chi si muove da qui!?
Parecchio tempo fa, avrò avuto sedici anni, con un mio amico incontrammo per strada due belle ragazze con le racchette da tennis a tracolla. Non avemmo il coraggio di proporci per accompagnarle, come lo stile pappagallesco dell’epoca avrebbe suggerito, ma il giorno dopo, più o meno alla stessa ora, ripassammo dal medesimo luogo ed eccole di nuovo. Era evidente che si recassero a giocare ogni giorno a tennis. Nemmeno allora riuscimmo, però, ad “attaccare bottone”, poiché in fin dei conti eravamo dei timidoni, ma soprattutto perché proprio non ci videro. Ed ecco l’idea: saremmo diventati i novelli Panatta e Pietrangeli! Con i risparmi acquistammo due racchette da tennis (di quelle con le corde in plastica ché costavano parecchio di meno) e attendemmo le due ragazze al solito posto. Le vedemmo arrivare e ci incamminammo per incrociarle, cercando di essere spontanei nonostante le nostre tenute fantozziane. Le vedemmo ridere di gusto mentre ci avvicinavamo e questo non fece che aumentare il nostro disagio. Gambe molli e un unico pensiero in due: “
ma chi ce l’ha fatto fare!” A quell’ora potevamo tranquillamente far niente, ma fatto bene, come solo a quell’età si sa oziare d’estate. Nonostante tutto, procedemmo e, inspiegabilmente, facemmo amicizia. Benché spirasse un fresco vento di maestrale, riprendemmo a sudare copiosamente poco dopo, quando ci invitarono a fare un doppio misto. Accettammo stoicamente come fosse la cosa più naturale del mondo. Nei due giorni che precedettero l’incontro, cercammo di allenarci contro un muro e tra di noi, ma ogni palla ci ricordava la triste e inesorabile figuraccia. Mannaggia, stavamo così bene nella nostra
comfort zone solita…
Ogni tanto con il mio caro amico Ferdinando Sallustio, ci piace ricordare e ironizzare anche su fatti della nostra vita e in una di queste occasioni, alcuni giorni fa, riferii questa avventura. Lui mi ricordò (ineguagliabile la sua memoria), a proposito di tennis e di zona di conforto, ciò che aveva riferito Jannik Sinner in un’intervista, dopo la finale Us Open persa contro Carlos Alcaraz "
Il mio gioco era troppo prevedibile, Carlos è migliorato rispetto a Wimbledon. Per diventare un giocatore completo dovrò uscire dalla comfort zone. L'obiettivo è provare dei cambiamenti ed essere un po' più imprevedibile, a costo di perdere qualche partita in più".
Comfort zone
La più grande sensazione di benessere, di quiete, di protezione, è molto probabilmente quella che sperimentiamo nel grembo materno, benché in seguito non riusciremo a ricordare quei momenti. Se pure in quella fase fossimo coscienti, in ogni caso non sapremmo di essere in una condizione ideale, poiché non avremmo termini di paragone.
Chiariamo subito che se ci mettiamo a nostro agio e ci rilassiamo, magari in poltrona a guardare la tv, dopo una giornata di lavoro o per fare una pausa, siamo sì in una comfort zone, che però è limitata nel tempo e conseguente a un nostro impegno fattivo. Se, invece, la maggior parte del nostro tempo lo impieghiamo nella zona per noi più confortevole e ci procura ansia o disagio uscirne, ecco, questo non è positivo. La comfort zone non è sinonimo di svogliatezza o di apatia. È un insieme di strategie cognitive e comportamentali consolidate, che il cervello preferisce, poiché richiedono un basso consumo di energie. La nostra mente, se abituata a non affrontare i problemi, tende a ingigantire i “rischi” che ci riserva l’esterno. Un certo ambiente, di solito la nostra casa o una stanza di essa, può essere vissuto come estremamente confortevole, una nicchia in cui le avversità non ci potranno mai raggiungere. In realtà, la comfort zone è uno stato della nostra mente ed è del tutto normale, a patto che riusciamo ad affrontare le vicissitudini quotidiane, anche quelle più insidiose e urticanti.
Lo sviluppo
Chiunque abbia avuto un bambino, sa che uno degli obiettivi primari nei suoi primi mesi di vita è il seno materno, il contatto con la madre. Pian piano inizia a sperimentare volti nuovi e altre semplici ma fondamentali esperienze come emettere suoni, afferrare qualsiasi cosa sia a portata di mano, gattonare. Insomma, è ancora profondamente legato alla sua comfort zone, ma si sforza di uscirne attraverso la sperimentazione continua di nuove scoperte. Educazioni troppo coercitive o intrusive e possessive, ma anche distaccate, assenti e anaffettive, possono rendere molto difficile la conclusione del processo naturale di maturazione dell’individuo, vale a dire l’autonomia innanzitutto psicologica. Durante le fasi che vanno dall’infanzia all’adolescenza, si determina la possibilità di rimanere rinchiusi nella prigione mentale chiamata comfort zone.
La sindrome Hikikomori
È un insieme di sintomi e comportamenti, a volte seri e molto complessi, che riguardano per lo più giovani maschi in età adolescenziale, ma anche fino ai trent’anni. Hikikimori significa staccarsi, ritirarsi. È un termine coniato in Giappone dove il fenomeno riguarda oltre un milione e mezzo di giovani che si rinchiudono nella propria stanza senza mai uscirne, per periodi che variano da pochi mesi ad alcuni anni. Gli unici contatti con il mondo esterno sono cellulare e computer. In Italia si stima che vi siano oltre sessantaseimila adolescenti Hikikomori, cifra purtroppo sempre in aumento e di sicuro non comprensiva di tantissimi casi non dichiarati dai genitori, per le più diverse cause: sensi di colpa, sottovalutazione del problema, speranza che le cose si aggiustino da sé, vergogna sociale. Il malessere che provano questi ragazzi al solo pensiero di uscire dal loro nido sicuro, è molto severo.
Consigli
Una società contraddittoria, improntata ormai al mero lucro, l’incertezza sul lavoro in futuro, con venti di guerra che, ahimè, spirano sempre più forti da più parti del mondo, non sono certo le migliori garanzie per i giovani, soprattutto se hanno problemi di natura emotiva, educativa e familiare. Se la sindrome di Hikikimori è uno dei livelli più estremi di chiusura nella comfort zone, esistono comunque fasi intermedie in cui i ragazzi anche se escono, si incontrano, vanno a scuola, lo stesso hanno paura di staccarsi dalle proprie sicurezze, spesso identificate nell’inseparabile smartphone. Innanzitutto, si deve prendere atto della situazione, il più presto possibile, da parte dei genitori e di chi è a contatto con i ragazzi. Comportamenti di estrema timidezza, di pronunciata difficoltà nei rapporti con gli altri, possono coincidere con tratti della personalità di uno dei genitori “legittimando”, per così dire, anche i problemi dell’adolescente quasi fosse predestinato. Certo, molte caratteristiche, genetiche e comportamentali, sono trasmesse ai figli, ma un’educazione equilibrata e stimolante può apportare miglioramenti significativi. Bisognerebbe stimolare (non obbligare) i ragazzi, proponendogli situazioni nuove, magari da affrontare inizialmente insieme ai genitori, sempre con gradualità. Inoltre, individuare ciò che crea più ansia e, al di là dell’età, chiedersi “
cosa evito di fare per paura di fallire, di ricevere un giudizio o di sentirmi a disagio?”. Fissare, dunque, date in cui si farà qualcosa, anche minima, per allontanarsi pur di poco dalla comfort zone: assistere insieme a un genitore, a un incontro sportivo o di altra natura. Organizzare insieme ai figli, ove possibile, incontri di tipo ludico-ricreativo con altri coetanei. Alcuni genitori proiettano nei figli maschi ciò che avrebbero voluto essere senza riuscirci, dunque li incitano a fare di più, sempre di più, a volte trascendendo i limiti con atteggiamenti rissosi, come le cronache riportano di frequente. L’incalzante richiesta di diventare un asso dello sport o la palese delusione se ciò non avviene, solidificano i muri della comfort zone per i ragazzi, rendendola una prigione fortificata.
Non è possibile, come spesso accade, esaurire l’argomento nel breve spazio di un articolo, ma l’invito resta quello di fare sempre un piccolo passo alla volta senza cercare di cambiare drasticamente le proprie abitudini. Restare troppo a lungo in spazi sicuri, rischia di alimentare stagnazione e routine; spingersi un passo oltre permette, invece, di sviluppare resistenza allo stress, creatività e nuove competenze.
Forse per Sinner la comfort zone ha un’altra valenza o magari, come ha detto, vuol dire allenarsi di più e in altri modi, per essere meno prevedibile in campo. Per quanto mi riguarda, di sicuro aver affrontato lo stress della mia prima difficile situazione “tennistico-sentimentale”, mi permise in ogni caso di maturare e fare, così, un altro passo per uscire dalla comfort zone adolescenziale. Ma giusto quello, perché a tennis non ho mai imparato a giocare bene...