Dott. Franco Sponziello
Psicologo

Articoli e pubblicazioni - Anno 2025

Altri anni:


Ci stiamo instupidendo?
Nel 1980 fui incaricato di dirigere le équipes socio-psico-pedagogiche nelle tre scuole medie di Ostuni. A volere questo importante servizio per tutte le scuole dell’obbligo, fu un giovane assessore, il dott. Paolo Caroli. Oltre lo psicologo, di ogni équipe facevano parte un’assistente sociale e una logopedista. Avevamo il compito di vagliare le segnalazioni che pervenivano dagli insegnanti, riguardo bambini con sospetto ritardo mentale o con altri problemi. A volte le cause dell’eventuale disagio erano di natura familiare, ma non mancavano i casi di ritardo mentale rilevati attraverso l’applicazione di alcuni test tra i quali il più usato e noto era la scala WISC (Wechsler Intelligence Scale for Children), composta da due batterie, una verbale e una pratica (di performance). Dal risultato si traevano indicazioni sullo stato delle capacità mentali e il QI, il quoziente intellettivo. La diagnosi consentiva di strutturare un percorso congeniale al bambino, compreso, quando necessario, l’ausilio di un insegnante di sostegno durante le ore scolastiche.
L’effetto Flynn inverso
James R. Flynn, psicologo americano e docente universitario in Nuova Zelanda, deve averne somministrati davvero tanti di test intellettivi, poiché fu l’autore di una famosa ricerca secondo la quale dal 1938 fino al 1984, il livello medio dell’intelligenza è aumentato costantemente di tre punti ogni decennio. Agli inizi di questo secolo, lo stesso prof. Flynn portò a termine un’altra attendibile indagine a livello mondiale, i cui risultati indicavano che il QI stava calando, soprattutto nei Paesi sviluppati. Un calo più lieve rispetto alla precedente ascesa, ma costante proprio in quelle realtà nelle quali lo sviluppo economico è stato più accentuato.
Le cause
- Abitudini educative modificate. L'educazione contemporanea dà meno importanza alle abilità analitiche e logico-deduttive. Materie che sviluppano le facoltà mentali come filosofia, letteratura, storia, non sono più prese in considerazione a favore di discipline prettamente pratiche e tecniche, congeniali, peraltro, a chi ha già una predisposizione a esse. Non si fanno più i calcoli a mente e non si imparano più le poesie, venendo così meno un importante apporto non solo per lo sviluppo mnemonico, ma di tutto il sistema cognitivo che si attiva quando dobbiamo fermare frasi e concetti nella memoria;
- influenza dei media digitali. L'uso massiccio di dispositivi digitali e la sovrastimolazione da parte di social media, videogiochi e contenuti audiovisivi, potrebbero ridurre la capacità di concentrazione e di pensiero critico. Inoltre, l’uso dei telefonini ha anch’esso impedito lo sviluppo della memoria, ad esempio con tutti i numeri memorizzati nello smartphone e nessuno nella nostra testa. Così come il senso dell’orientamento che richiede l’apporto di diverse funzioni psico fisiche e della familiarità ad orientarsi (sin da bambini, ad esempio, gli scandinavi propongono esercizi di orientamento nelle scuole primarie). Il senso dell’orientamento spaziale sta per essere quasi completamente soppiantato dai navigatori satellitari;
- la lettura in continuo, deprimente calo e la relativa diminuzione dell'abitudine alla comprensione di testi complessi e riflessivi, ha e avrà un impatto negativo sullo sviluppo cognitivo. La scrittura ferma su carta una serie di pensieri e questi sono il risultato del lavoro del nostro cervello che possiede questa straordinaria facoltà di comunicare con gli altri. Da quando esiste la scrittura e la conseguente lettura, l’umanità si è evoluta mentalmente e culturalmente grazie al continuo scambio del Pensiero. Va da sé che meno si legge e meno si allena il nostro cervello, in relazione anche all’impoverimento del linguaggio. Si conoscono sempre meno vocaboli e i modi dei verbi sono spesso declinati al presente, “il minimo sindacale” per una comprensione non sempre soddisfacente. Il lento abbandono del congiuntivo, non ha solo ricadute didattiche, ma soprattutto cognitive essendo questo modo del verbo, un “ponte” verso una certa azione da compiere e le ipotesi su come possa avvenire. Un allenamento indispensabile per le nostre capacità intellettive; - esposizione a sostanze tossiche. Inquinamento atmosferico, contaminazione da piombo, pesticidi e altri inquinanti ambientali sono indubbiamente associati a una riduzione delle capacità cognitive, specialmente nei bambini, oltre alle patologie tumorali tipiche di questa era. Così, anche una dieta poco equilibrata, il consumo eccessivo di cibi processati e la ridotta attività fisica hanno effetti molto deleteri sullo sviluppo del cervello e delle capacità cognitive. Anche la nostra dieta mediterranea sta perdendo colpi in favore di aperiqui e aperilà.
Infine, l’auspicio che l’intelligenza artificiale non costituisca un ulteriore occasione di “pigrizia” cerebrale.
L’università della strada…
Queste sono solo alcune delle probabili cause del calo di QI rilevato da Flynn. Di fatto, credo sia sotto gli occhi di tutti l’impoverimento culturale cui si assiste ormai da qualche decennio. “L’autore della Divina Commedia?” “Garibaldi!”. Ebbene sì, questa è una delle risposte date da un candidato agli esami di maturità del 2023. Un raro strafalcione? Macché, uno dei tanti e nemmeno il più assurdo visto che qualcun altro, alla domanda “mi parli di un’opera a scelta di Luigi Pirandello” rispose con “uno, nessuno, duecentocinquantamila” che nella società dei consumi forsennati, ha un suo perché… Purtroppo, sembra che molti siano fieri dei bassi livelli culturali raggiunti, ma guai associarli al calo delle prestazioni mentali. Anzi! I social sono pieni di leoni da tastiera che si vantano di non studiare o non averlo fatto, che si dicono laureati all’università della strada, arrogandosi il diritto di contestare scienziati e medici. Sta lievitando la malevola convinzione che non sapere equivalga a decine d’anni di studio. Se non è calo dell’intelligenza questo…
Le intelligenze
Non sono mai stato un accanito sostenitore dei test d’intelligenza, poiché sono convinto che esistano diverse “intelligenze”, ovvero capacità più specifiche in diversi ambiti. Come descrissi più ampiamente nell’articolo di maggio del 2021, il prof. Howard Gardner (Harvard University) ha ipotizzato nove tipi di intelligenza: linguistico-verbale, logico-matematica, visivo-spaziale, ritmico-musicale, cinestetica di movimento, naturalistica, interpersonale, intrapersonale ed esistenziale. Come si può intuire, queste nove forme comprendono tutte le caratteristiche dell’essere umano. Se è raro che tutte insieme siano espresse al massimo in un unico individuo, è comunque vero che ognuno può riconoscere in se stesso la loro coesistenza con differenti gradi qualitativi e quantitativi. Un altro docente di Harvard, Daniel Goleman (anch’egli docente ad Harvard), contrappose al QI, l’IE, intelligenza emotiva, ovvero la capacità di interagire con gli altri e con se stessi, attraverso la gestione delle emozioni. In ogni caso, gli studi di Flynn ci raccontano di un calo oggettivo che probabilmente coinvolge anche le nove strutture proposte da Gardner e l’intelligenza emotiva elaborata da Goleman. D’altronde, cosa può esserci alla base di conflitti, guerre, razzismo, disprezzo per l’ambiente, se non una cospicua regressione mentale? Deficit che fa molto comodo, quando addirittura non è da loro fomentato, a quei governanti sparsi un po’ ovunque che sanno bene quanto sia più semplice ottenere il consenso parlando alla pancia e non al cervello delle persone.
Con l’augurio di un 2025 più intelligente.


Da piccoli il nostro cervello è una spugna. Alla nascita contiene già alcune informazioni di base quali istinti ed emozioni primarie, ma è pressoché tabula rasa per tutto il resto, educazione, cultura e così via. A mano a mano che cresciamo, assorbiamo gli stimoli che ci giungono dall’esterno e in particolare da chi ci sta vicino: la voce della mamma, del papà, le loro fisionomie e più avanti anche i loro insegnamenti. Non è sempre necessario che ci dicano cosa fare o non fare. Spesso impariamo ascoltando e osservando. E imitando, grazie anche ai neuroni specchio che rendono istintiva l’emulazione dei comportamenti. Gli adulti sono convinti che i bambini a volte siano distratti o troppo presi dai loro giochi e attività, per capire o percepire le varie situazioni; non partecipano attivamente, non mostrano reazioni in linea con ciò che accade al di fuori del loro raggio di gioco, per cui sembrano, e il più delle volte sono, disinteressati al resto. In realtà, è proprio grazie alla plasticità del suo cervello che il bambino ha la necessità, l’impellenza, di imparare. Per questo è sempre e naturalmente vigile, con “antenne radar” continuamente all’erta per acquisire nuove informazioni. Dunque, da piccoli interiorizziamo di tutto: comportamenti e modi di dire e di re-agire che, insieme agli insegnamenti diretti, diventeranno il patrimonio di base, il modo di essere e di relazionarsi con il mondo esterno. Più avanti apprendiamo anche il senso delle parole, delle frasi e i loro contenuti. Apprendimento sociale è la definizione che lo psicologo Albert Bandura diede a questo complesso meccanismo di crescita, in grado di condizionare l’individuo per tutta la vita. Le nostre antenne captano anche informazioni che, sentite e ripetute per più tempo, diventano credenze personali, a volte stereotipi, difficili da smantellare, ancor più tenaci poiché radicati nelle pieghe inconsce della nostra mente.
Disimparare per imparare
Abbiamo capito che la terra è rotonda (due millenni fa); abbiamo capito che si muove (mezzo millennio fa). A prima vista sono idee assurde. La terra appare piatta e immobile. Per digerire simili idee, la difficoltà non è stata l'idea nuova: è stata liberarsi da una vecchia credenza che sembrava ovvia; metterla in dubbio sembrava inconcepibile. Siamo sempre convinti che le nostre intuizioni naturali siano giuste: è questo che ci impedisce di imparare. La difficoltà quindi non è imparare, è disimparare” scrive il grande fisico Carlo Rovelli in "Buchi bianchi. Dentro l’orizzonte" (2023, Adelphi Editore). Le intuizioni naturali sono, in definitiva, le esperienze che facciamo crescendo e che adattiamo alle nostre credenze personali. E viceversa. Spesso formate da esperienze personali, convinzioni culturali e abitudini, le intuizioni naturali si consolidano, diventano una sorta di punto di ancoraggio per il nostro pensiero. Tuttavia, proprio questa radicata sicurezza può ostacolare l'apprendimento, perché ci rende meno disponibili a mettere in discussione le nostre convinzioni, a considerare le tante alternative e sfumature che esistono. Pregiudizi e stereotipi sono sbrigativi, non fanno perdere tempo a pensare a nuove soluzioni, ad altri scenari, a ipotesi più logiche e confacenti. Sono le risposte preconfezionate a tante domande, dunque è inutile sprecare tempo a cercarne altre. Ad esempio, se il gruppo-famiglia da cui provengo è convinto che gli immigrati, in particolare se neri e poveri, siano cattivi, egoisti, ladri, potenziali stupratori e così via, e ne parlano magari commentando i telegiornali o con conoscenti, è molto probabile che anche a me risultino invisi, pur non avendo alcuna esperienza diretta o di analisi dell’argomento. Tutti gli esseri umani, se abbandonati a se stessi, possono commettere crimini soprattutto se agevolati dal sistema mafioso, camorristico, ‘ndranghetistico che, invece, per molti italiani rappresenta la normalità. Ancora, la disgustosa consuetudine di etichettare qualcuno col termine “mongoloide”, benché ormai allegramente usata da giovani e adulti, è intollerabile in quanto offensiva per chi è affetto dalla sindrome di Down. E poi la discriminazione cui sono ancora sottoposte le donne, considerate da molti esseri inferiori, oggetti da poter usare e, troppo spesso picchiare e ammazzare. Qui i preconcetti si attivano come in poche altre occasioni colpevolizzando la donna (imperdonabile, ad esempio, quel “se l’è cercata” se la donna è vittima di abusi sessuali). Per contro, una mentalità aperta è il risultato di una educazione formata da esempi positivi e non contraddittori, da sollecitazioni ad approfondire anziché dare per scontato. Banalmente, se pretendiamo dai nostri figli di non fumare o di non stare sempre attaccati al cellulare, dobbiamo prima di tutto dare noi l’esempio. Certo, anche l’ambiente esterno, i problemi insiti nell’età adolescenziale, l’indole di ognuno giocano un ruolo importante nello sviluppo dell’identità del futuro adulto. Va da sé che una buona base educativa, è da preferire in ogni caso a un insieme di input contraddittori.
Poi, è anche chiaro che nessuno di noi viene alla luce con il libretto di istruzioni...
Imparare cose nuove
approfondendo altri punti di vista, non è solo una semplice somma di informazioni, ma un elaborato meccanismo indispensabile al nostro benessere psicologico: ci fa sentire sempre pronti ad allargare le nostre conoscenze e questo comportamento stimola e mantiene in allenamento il cervello, contribuendo anche a prevenire le patologie degenerative che lo minacciano. È come sentirsi sempre a corto di “sapere”, un vuoto conoscitivo che si è ben lieti di colmare. Al contrario, i pregiudizi e gli stereotipi, forniscono l’errata convinzione che le nostre intuizioni naturali siano sempre corrette, quindi da difendere testardamente. Ciò corrode il benessere psicologico, rendendoci spesso rancorosi e astiosi nei riguardi degli altri. A questo meccanismo è spesso legato il bias di conferma, ovvero la tendenza a interpretare le informazioni in modo da confermare le proprie credenze preesistenti, ignorando o sminuendo le evidenze. Sempre per rimanere sull’esempio di prima, vedendo immigrati di colore lavorare nei campi, soprattutto d’estate con un caldo feroce, molti continueranno a pensare che quegli uomini fanno solo finta di lavorare, che rubano il lavoro agli italiani (sic!) e che prima o poi delinqueranno. L’invito è quello di cercare di disimparare e mettere in discussione alcuni luoghi comuni (credenze personali), che in qualche misura contribuiscono anch’essi a non farci vivere come potremmo. Ma attenzione, non si tratta di modificare il proprio modo di pensare e intendere la vita nel suo complesso. Aprirsi a nuove ipotesi, non significa nemmeno accettare tutto indistintamente come possibile, poiché entreremmo in una sorta di mondo incantato dove, nel contempo, può accadere tutto e il suo contrario. Soffermiamoci su singoli pensieri e frasi ricorrenti, che fanno parte di noi e ci sembrano ovvie, normali, scontate e assolutamente inconfutabili. proprio perché le abbiamo sempre utilizzate. Proviamo, quindi, a tralasciare momentaneamente ciò che reputiamo indiscutibile e immaginiamo un’altra prospettiva, un diverso modo di rispondere. È un allenamento che consiste nel chiedersi come lo stesso argomento può essere visto e valutato in altri modi, che non siano quelli che utilizziamo di solito.


Abito in Ostuni, una città in cui è facile sentirsi dire “che fortuna che hai ad abitare qui”. Di solito da turisti e visitatori che rimangono incantati dalla posizione, dalla conformazione architettonica e dal candore delle mura della Città Vecchia. Capitò anche a me, la prima volta negli anni Sessanta, appena trasferito a Ostuni, di ascoltare alcuni parenti o amici in visita, tessere le lodi della città ai miei genitori. Provenivo da una località in pianura e mi chiedevo, con la pragmatica disarmante che a volte hanno i bambini, “chissà dove abiteranno loro, per considerare fortunato chi deve farsi ogni giorno tutte queste salite”.
Fortuna e sfortuna
Due facce di una stessa medaglia, inscindibili sinonimi di bianco e nero, yin e yang, bene e male, non c’è l’uno senza il suo opposto. Sono aggettivi che racchiudono una visione di se stessi e della vita, come fosse diretta da fattori esterni, dunque indipendenti dalla propria volontà. Questo ci solleva da qualsiasi responsabilità, poiché non siamo noi a decidere. Un po’ come per la scaramanzia, la iettatura, il malocchio. È connaturato nell’essere umano credere in qualcosa di cui non è direttamente responsabile: i nostri antenati, non sapendo spiegarsi i fenomeni intorno a loro (fulmini, temporali, terremoti, eccetera), li attribuivano a entità al di fuori della propria portata e, nel tempo, iniziarono a propiziarsi quelle terrificanti divinità con riti e comportamenti in linea. Iniziava la scaramanzia, l’insieme, cioè, dei rituali atti a scongiurare gli influssi negativi, la malasorte, la sfortuna. La nostra mente non ammette lacune, dunque ciò che non conosciamo o non sappiamo spiegarci, benché il più delle volte dimostrabile scientificamente, è spesso attribuito a strane “energie negative”. E poi, diciamocelo, è meno impegnativo attribuire fortuna e sfortuna a forze esoteriche superiori alle nostre possibilità, anziché valutare e approfondire volta per volta ciò che accade. Ma fortuna e sfortuna sono davvero casuali?
La fortuna aiuta i (veri) audaci
Benché venga spontaneo aggiungere “ma la sfortuna è un po' più altruista, aiuta tutti”, l’asserzione risulta realistica come ha dimostrato con una esperimento lo psicologo Richard Wiseman, dell'Università inglese dell'Hertfordshire. Di studi su questi argomenti Wiseman ne ha fatti diversi. In una ricerca sulla superstizione, ad esempio, volle verificare se una credenza irrazionale, il gatto nero che attraversa la strada, influenzasse realmente i risultati ottenuti. Furono reclutati alcuni volontari divisi in due gruppi, che dovevano recarsi a tentare la fortuna al gioco. Durante il percorso, agli appartenenti al primo gruppo fu fatto passare davanti un gatto nero, agli altri uno bianco. L’obiettivo era verificare se il primo gruppo avrebbe ottenuto risultati peggiori, come da superstizione. Ovvio che non emerse alcuna differenza statisticamente valida tra i due gruppi, dimostrando che il povero gatto nero non influenzava assolutamente la sorte dei partecipanti, né di chiunque altro. Negli anni Novanta, Richard Wiseman realizzò un altro significativo esperimento, con il quale intese dimostrare come la percezione della fortuna non sia solo legata al caso, quanto piuttosto a modalità cognitive, comportamentali ed emotive che differiscono tra chi si considera "fortunato" e chi "sfortunato". Insomma, la fortuna non sarebbe un dono innato e casuale, ma la conseguenza di come le persone interpretano e interagiscono con il mondo esterno.
L’esperimento
Wiseman arruolò un migliaio di persone di età compresa tra i 18 e gli 84 anni, metà delle quali si riteneva senza ombra di dubbio molto sfortunata e l’altra metà, invece, sicuramente fortunata. Diede loro una rivista che conteneva un certo numero di immagini, di cui ognuno doveva riferire il totale. Nella seconda pagina, Wiseman e i suoi collaboratori inserirono una frase ben evidente: "Non contate oltre: questa rivista contiene 43 immagini". Più avanti, in una grande inserzione si offrivano 250 sterline a chi avesse riferito di aver letto quella pagina. Quasi tutti i “fortunati” non contarono le immagini oltre la seconda pagina e riscossero la cifra stanziata, mentre gli "sfortunati" si concentrarono quasi ossessivamente sul compito assegnato (contare le foto), ignorando le informazioni utili. Per il meccanismo della cecità involontaria (inattentional blindness) le persone focalizzate su un obiettivo specifico, tendono a non percepire stimoli inattesi, anche se evidenti. I "fortunati", invece, mostravano una mente più aperta e flessibile, capace di cogliere opportunità al di fuori del compito immediato. Questo suggerisce che la fortuna è legata (anche) alla capacità di osservare in modo non rigido l’ambiente circostante, senza fissarsi su schemi predefiniti. Chi si ritiene sfortunato tende a concentrarsi sugli aspetti sfavorevoli, alimentando un ciclo di pessimismo e passività; si attiene a schemi fissi ("devo fare così, altrimenti andrà male") e perde valide occasioni a causa del rischio o per eccessiva cautela. Ansia e/o bassa autostima, poi, fanno evitare situazioni in cui potrebbero emergere buone opportunità. Wiseman suggerisce di rompere la routine ed esplorare nuove strade. Ad esempio, frequentare luoghi diversi, conoscere nuove persone, focalizzarsi su ciò che funziona, anziché su ciò che manca, riformulare gli eventi negativi in termini di crescita ("cosa posso imparare da questo?").
La casualità, nel bene e nel male, è parte integrante della nostra vita, dunque questi consigli sono un suggerimento utile a favorire il benessere psicologico e aiutarci a vivere meglio. Cambiare può farci stare bene e a tal fine sarebbe, appunto, auspicabile una via di mezzo tra l’eccessiva attenzione alla malasorte, e la scanzonata fiducia, mielosamente rosea, nella fortuna.
Paperino e Gastone
sono i personaggi disneyani che rappresentano la sfortuna e la fortuna. Per inciso, Gastone mi sta antipatico per la sua fortuna sfacciata che alla fine lo rende un odioso parassita. A quella parte di me che parteggia per gli ultimi, gli antieroi, gli anonimi, piace Paperino. Nonostante questa preferenza, l’ineluttabilità del caso mi fa somigliare più a Gastone, per la fortuna di essere nato in un posto come l’Italia mentre tanti altri, troppi, Paperino, sono sparsi in zone martoriate del mondo, spesso senza possibilità di riscatto. Buona fortuna a tutti...


Ridi che ti passa...
Si parlava del riso”, disse seccamente Jorge. “Le commedie erano scritte dai pagani per muovere gli spettatori al riso, e male facevano. Gesù Nostro Signore non raccontò mai commedie né favole, ma solo limpide parabole che allegoricamente ci istruiscono su come guadagnarci il paradiso, e così sia”.
Mi chiedo”, disse Guglielmo, “perché siate tanto contrario a pensare che Gesù abbia mai riso. Io credo che il riso sia una buona medicina, come i bagni, per curare gli umori e le altre affezioni del corpo, in particolare la melanconia”.
“[…] (Jorge:) Il riso è la debolezza, la corruzione, l’insipidità della nostra carne. È il sollazzo per il contadino, la licenza per l’avvinazzato, anche la Chiesa nella sua saggezza ha concesso il momento della festa, del carnevale, della fiera, questa polluzione diurna che scarica gli umori e trattiene da altri desideri e da altre ambizioni… Ma così il riso rimane cosa vile, difesa per i semplici, mistero dissacrato per la plebe. Lo diceva anche l’apostolo, piuttosto di bruciare, sposatevi. Piuttosto di ribellarvi all’ordine voluto da Dio, ridete e dilettatevi delle vostre immonde parodie dell’ordine, alla fine del pasto, dopo che avete vuotato le brocche e i fiaschi”.
Brani, questi, tratti da Il nome della rosa, capolavoro del 1980 di Umberto Eco, ambientato in un monastero benedettino nel 1327. Il francescano Guglielmo da Baskerville discute con l’anziano e cupo monaco Jorge da Burgos, sul riso e la sua trattazione nel - mai trovato - secondo libro della Poetica di Aristotele. Si contrappongono due visioni del mondo, quella del rigido Jorge contraria a qualunque manifestazione che non sia approntata a cupezza, serietà e rigore, l’altra, aperta al ridere quale normalissima manifestazione di gioia, dunque umana e, proprio per questo, più vicina a Dio.
Ridere o sorridere, sono specifiche espressioni di buon umore, serenità, di disponibilità a relazionarsi positivamente con gli altri, escludendo qualsiasi animosità. Sono il contrario del risentimento, dell’astio e della paura. A volte, a causa di alcune patologie mentali in cui si ride senza freno (risata spastica) in risposta a sollecitazioni non in tema, e in patologie fisiche come la sindrome pseudobulbare (sintomo di una malattia neurodegenerativa), o nell’infezione tetanica in cui si manifesta la risata sardonica, può “sembrare” che si rida. Ma sono i muscoli facciali che danno l’impressione che si sta ridendo, in realtà si sta davvero molto male.
Le origini del sorriso
Probabilmente i primi ominidi non sapevano ridere. Non che non lo volessero, ma diciamo che non era l’ambiente adatto a rilassarsi, pieno com’era di mortali insidie. Più che altro in quelle epoche si mostravano i denti per attestare la supremazia su un territorio e anche per difesa. Sorridere non figurava ancora tra le prerogative di quegli ominidi, in tempi in cui si doveva solo correre per non farsi sbranare. Se ci scappa una martellata su un dito mentre piantiamo un chiodo, di sicuro non rideremo soddisfatti dell’accaduto, ma allargheremo i muscoli facciali stringendo i denti per esprimere dolore. Il consiglio naturalmente è quello di non provare, limitandosi magari a uscire al sole dopo essere stati in un luogo buio. Anche in questo caso, infatti, stringeremo le palpebre lasciando scoperti i denti giusto il tempo di abituarci alla luminosità. Tanti sono gli esempi di esternazioni emotive in cui, per riflesso, mostriamo i denti o lacrimiamo, piangiamo e così via.
Michael Graziano, professore di Neuroscienze e Psicologia alla Princeton University, in un suo studio sostiene un’interessante ipotesi, collegando il sorriso a meccanismi difensivi ancestrali. Questo approccio non solo arricchisce il dibattito sul legame tra corpo ed emozioni, ma sfida anche l’idea comune che il sorriso sia nato esclusivamente come segnale di cooperazione o allegria. Il sorriso umano, infatti, potrebbe discendere da comportamenti protettivi presenti in quegli antichi animali, che contraevano i muscoli facciali per proteggere occhi e bocca durante un attacco. Nel tempo, grazie alla selezione naturale, l’esposizione dei denti, inizialmente legata a segnali di minaccia (come fanno le scimmie) o di sottomissione (mostrare i denti in modo non aggressivo per placare un assalitore), si sarebbe trasformata da azioni difensive a segnali sociali ambigui, poi evolutisi in espressioni di amicizia o allegria. Nei primati, infatti, i cuccioli mostrano segnali simili al sorriso (es. la "faccia di gioco" negli scimpanzé) per comunicare innocuità. La selezione naturale nell’uomo, potrebbe aver favorito l’adozione di questi gesti come segnali prosociali. Mostrare i denti senza aggressività, come nel sorriso umano, è un modo per disinnescare conflitti, trasformando un potenziale segnale di pericolo in un’offerta di pace.
Non piangiamo perché siamo tristi, siamo tristi perché piangiamo È il riassunto della teoria Teoria dell’Emozione di William James e Carl Lange, due ricercatori che alla fine dell’Ottocento sostennero che le emozioni non sono la causa delle reazioni fisiologiche, ma il loro risultato. Ad esempio, quando siamo esposti a uno stimolo emotivamente significativo, il nostro corpo reagisce con aumento della frequenza cardiaca, sudorazione, pianto e così via; sarebbe proprio la percezione di questi cambiamenti - ad esempio, avvertire la tachicardia immediata - a suscitare l’esperienza emotiva. Ciò varrebbe anche per il sorriso, per cui ridere anche senza motivo indurrebbe il cervello a reazioni rilassanti. Così, una penna tenuta tra i denti stimola i muscoli facciali che si attivano nel riso, a comunicare che stiamo bene. Insomma, stiamo ingannando il nostro cervello, questa volta a fin di bene.
Negli ultimi tempi pare non ci sia più tanta voglia di sorridere. Le inevitabili vicissitudini di ognuno di noi, le guerre vere e le ipotesi più o meno reali di eventuali conflitti, di certo non spingono a essere felici. Vivere sotto la continua minaccia di qualsivoglia attacco, genera un’ansia di sottofondo, una maretta che agita senza apparentemente sommergere, ma che è continuamente presente. Da sempre la paura è stata la migliore camicia di forza con cui alcuni potenti hanno esercitato il controllo sulle persone, e anche ora credo sia utilizzata come guerra, questa sì, psicologica. Ridere, invece, è terapeutico e tante ricerche lo confermano. Si pensi ai “Dottor clown”, volontari specializzati che davvero aiutano i ricoverati per patologie molto serie. Alcuni studi* confermano che la clownterapia contribuisce ad aumentare le difese immunitarie e altri parametri vitali. Con o senza penna tra i denti, appena possibile cerchiamo di sorridere, poiché ridere aiuta anche a essere liberi.
* Clowns Benefit Children Hospitalized for Respiratory Pathologies, pubblicato su National Institutes of Health a cura di Mario Bertini e altri, Università La Sapienza di Roma


Caro amico ti scrivo...
Ho centinaia di amici, ma molti non li conosco. Può sembrare un paradosso, ma nel variegato mondo dei social non lo è, in particolare in Facebook, uno dei più conosciuti e frequentati dove si può fare “amicizia” anche con persone che non si conoscono e non si sono mai viste prima. Mark Zuckerberg, l’ideatore di questo social e i suoi collaboratori, hanno voluto creare un ambiente familiare, nel quale sentirsi a proprio agio. E, detto tra noi, anche per i ricavi della pubblicità che sono il vero motivo dell’esistenza di queste piattaforme: tanto più remunerative quanto più crediamo di essere in una situazione accogliente e amichevole, appunto. È dunque diventato normale parlare di “amici” riferendosi a persone mai frequentate, con le quali si interagisce augurando, per esempio, buon compleanno, ma che magari non ci si saluta incontrandosi per strada. Il termine “amicizia” rischia così di diventare sinonimo di conoscenza virtuale e il suo alto significato diluito in mille banali rigagnoli, inflazionato. Un po’ come succede nella saturazione semantica, ovvero quel fenomeno per il quale, se ripetiamo di continuo la stessa parola, alla fine essa perde il suo significato.
Chi trova un amico trova un tesoro
Ognuno è liberissimo di frequentare i social network, ma è importante non confondere un ambiente virtuale con la vita vera, dove l’amicizia è un legame reale, solido e duraturo tra persone che di solito si conoscono e si frequentano da tempo. È un sentimento forte, che va oltre le incomprensioni e le debolezze, rendendo così unico il rapporto. Sappiamo di poter contare su quella persona, di poterci fidare ciecamente poiché non potremo mai essere traditi da essa. Con un amico/a è naturale confidarsi, ridere, piangere, condividere i silenzi: ci si sente forti perché è come se si fosse duplicata la nostra energia interiore per fare fronte alle avversità. Ci si specchia nell’altro e ciò aiuta a riconoscere le proprie qualità e a lavorare sui propri limiti. Questo processo, spesso basato su un attaccamento sicuro, promuove l’autonomia e l’equilibrio emotivi. Un dialogo sincero, spontaneo e la capacità di gestire i conflitti in modo costruttivo, sono elementi chiave che mantengono viva la relazione e ne garantiscono la stabilità. Certo, si può diventare amici in breve tempo per affinità di vedute e di interessi e per simpatia o empatia, ma di solito le amicizie sono coltivate negli anni e necessitano di tempo per rinsaldarsi. Per meglio comprendere l’importanza della socializzazione e della necessità di avere amici, basta osservare i bambini: iniziano a giocare cercandosi e questo sviluppa facoltà di relazione e di prossimità fisica. Imparano, cioè, a relazionarsi e a cooperare con gli altri, favorendo abilità come empatia, negoziazione e risoluzione dei conflitti. Nell’adolescenza i rapporti si evolvono con la ricerca di affinità e la convalida identitaria, vale a dire la formazione della personalità. Inoltre, è terapeutico condividere con un amico i momenti difficili, le emozioni, le paure: si elabora, così, la situazione e si diluisce il dolore, rendendolo più sopportabile. L’amico è, dunque, il completamento fisiologico, la parte mancante di noi stessi e si differenzia in genere dalle relazioni amorose, per l’assenza di desiderio sessuale. In tutti e due i casi, comunque, esistono le relazioni malate.
L’amicizia “tossica”
Se contare su un amico, soprattutto nei momenti di difficoltà, favorisce anche il rilascio di neurotrasmettitori come ossitocina ed endorfine che migliorano il benessere psicofisico, al contrario, in situazioni che potremmo definire patologiche, il rapporto tra amici diventa fonte di malessere a volte profondo. Quando una delle parti cerca costantemente di controllare o dominare l’altra, oppure se l’amicizia diventa uno strumento di dipendenza emotiva, la relazione perde (posto che l’abbia mai avuto) il suo carattere di reciprocità e diventa tossica, malata. Un fenomeno comune in relazioni patologiche è la scissione, per cui la persona è idealizzata in alcuni momenti e completamente demonizzata in altri. Percezioni altalenanti risalenti all'infanzia, dovute a esperienze di attaccamento problematico ai propri genitori, impediscono di vedere l'altro nella sua interezza, favorendo relazioni instabili e dolorose in cui vi è una costante paura di essere abbandonati o di non essere all’altezza. Queste condizioni possono portare a gelosia nei confronti dell’amico, eccessiva richiesta di approvazione e, in definitiva, a una profonda insoddisfazione personale. Spesso qualcosa impedisce all’altro di troncare la penosa relazione, di solito sensi di colpa o per il complesso del salvatore (meglio conosciuto come sindrome della crocerossina). In questo caso, aiutare qualcuno non è una spontanea forma di nobile e disinteressato altruismo, bensì la necessità o, meglio ancora, la smania di provvedere agli altri contro ogni logica, spinti dall’inconscia paura di essere abbandonati. Quando uno dei due (o entrambi) non rispetta l’autonomia e i limiti dell’altro, si crea un clima in cui il sostegno diventa un obbligo emotivo e non una scelta libera, rendendo la relazione fonte di stress anziché di conforto: “tu non pensi a me che sto tanto male”. Una interdipendenza emotiva, un legame tossico, si rileva da alcune condizioni particolari. Per esempio quando una persona è sempre "donatrice", l’altra "ricevitrice", in presenza di ricatti emotivi o manipolazione psicologica. Ancora, se uno dei due critica o ostacola le relazioni e i modi di vivere dell’altro. Litigi frequenti e senza risoluzione, ansia, insonnia o bassa autostima dopo gli incontri o i tentativi di chiarimento sono, infine, alcuni dei campanelli d’allarme di una relazione che tutto può essere, ma non amicizia.
Consigli
L’amicizia “sana” ha pochi ma precisi parametri, uno per tutti il piacere di incontrarsi, di stare insieme, di condividere anche i silenzi senza imbarazzo. Per contro, di solito non ci si accorge subito di vivere un’esperienza “malata” con un’altra persona, dunque le domande da porsi sono: “questa relazione mi dà qualcosa o mi svuota? Sto concedendo/chiedendo troppo all’altro? Mi sento soddisfatto, ho voglia, mi sento bene quando sto con il mio amico/a?”. La presa d’atto e la conseguente consapevolezza che qualcosa non va - in noi o nell’altro - dovrebbero farci prendere le dovute decisioni: cercare di migliorare o, se necessario, interrompere il rapporto. Dopo aver percorso tutte le vie necessarie senza esito, la considerazione da fare in questi rapporti di amicizia come in quelli sentimentali è: meglio soffrire qualche tempo chiudendo la relazione, che centellinare il disagio prolungando l’afflizione a tempo indeterminato.


Non fare oggi quello che potresti fare domani...
È quasi impossibile, direi, che almeno una volta nella vita, ognuno di noi non abbia rimandato al giorno dopo o ancora più in là, qualcosa da fare. Un tempo non ci si poteva permettere di soprassedere agli impegni quotidiani, poiché erano improrogabili in una economia prevalentemente contadina dalla quale dipendeva la sopravvivenza. Con il mutare delle condizioni economiche e sociali, procrastinare è diventato un lusso che ci si può permettere con più facilità. Anche io l’ho fatto diverse volte. Tante, forse anche troppe. Quando non mi andava di fare qualcosa che reputavo noiosa o, meglio ancora, se in quel momento avevo di meglio da fare. Eh sì, perché ci dev’essere sempre una sorta di compromesso, un baratto che ci faccia ritenere congrua la scelta di spostare a “un dopo” un certo compito.
Non mi va, domani si pensa
In realtà a volte si è solo pigri e, insieme alla svogliatezza, uno dei motivi per cui si rimanda a un altro tempo ciò che potremmo fare adesso, può essere semplicemente dovuto a disorganizzazione. L’abitudine a eseguire dei compiti, viene trasmessa attraverso l’educazione e l’esempio, benché spesso accada che le influenze esterne alla famiglia possano intaccare questo imprinting. E non mi riferisco solo a eventuali “cattive compagnie”, ma a modelli e dinamiche psicologiche più complesse, che sfuggono alla nostra consapevolezza e che a volte agiscono all’interno dei rapporti familiari. Mentre il mondo esterno ci spinge a essere esageratamente produttivi ed efficienti “qui e ora”, milioni di persone lottano ogni giorno contro la tentazione di rimandare. Ma cosa si nasconde dietro questo meccanismo apparentemente irrazionale e quali le cause profonde che trasformano la procrastinazione in un circolo vizioso?
La trappola delle emozioni
Evitare il disagio a ogni costo sembra essere il contraddittorio messaggio che, attraverso Tv, Social e altri Media, arriva a noi dalla pubblicità e da programmi ad hoc che provocano quello che io chiamo “effetto mulino bianco”. Situazioni idilliache e nostalgiche, nelle quali è facile identificarsi e il cui messaggio attraversa senza alcun filtro critico, la nostra coscienza, quasi a sfuggire l’orrore di notizie e immagini sempre più cruente riferite a guerre, stermini e quant’altro. Anche le rassicuranti asserzioni che arrivano da alcuni politici di volta in volta al potere, creano l’apparente sensazione che tutto vada per il meglio e che il benessere sia lì, alla portata di tutti. Insomma, dovremmo essere dei bravi e solerti cittadini che acquistano e consumano senza preoccuparsi di nient’altro, né di capire né di interpretare la realtà in modo diverso, una contraddizione tra messaggi esageratamente ottimistici e la realtà che spesso racconta tutt’altro. Infonde, inoltre, una certa convinzione che le cose possano anche non essere fatte quando si deve, tanto c’è chi ci pensa al posto nostro. Queste cause (non certo le uniche), di carattere psico-sociologico, non spiegano però le situazioni che potremmo definire più problematiche e di pertinenza psicologica e psicopatologica, per cui la procrastinazione è, prima di tutto, una strategia di regolazione emotiva: quando un compito provoca ansia, noia o insicurezza, il cervello cerca un ripiego immediato in qualcosa ritenuto meno impegnativo del compito iniziale. Ad esempio, studiare per un esame difficile può attivare la paura del fallimento, dunque, più o meno consciamente, meglio guardare la serie Tv, oppure fare il videogioco di ruolo al Pc. L’ansia per una visita medica, può spingere a rimandarla perché abbiamo il garage che da anni necessita di una sistemata. E così via. Rimandare diventa dunque un "antidoto", se pur temporaneo, per alleviare lo stress, un conforto ma a breve termine. L’attenuazione momentanea dell’ansia è un toccasana, un’insostituibile gratificazione che scaccia la paura. Per contro, a medio-lungo termine alimenta sensi di colpa e ansia, peggiorando il problema. Infatti, gli autoinganni cui si ricorre, servono solo a evitare ciò che si teme, ma è proprio l’elusione a rinfocolare l’ansia. Spesso i procrastinatori sono persone con un buon grado di scolarizzazione, una discreta intelligenza e una propensione al perfezionismo che, però, si trasforma in un boomerang a causa della paura del giudizio: "se non riesco a svolgere perfettamente questo compito, è meglio non farlo affatto". Rimandare, quindi non fare, se da un lato protegge dall’umiliazione di un possibile fallimento, dall’altro blocca ogni progresso e, ancora una volta questo comporta forti sensi di colpa che acuiscono il problema in un lacerante circolo vizioso.
Lo sconto temporale
Il cervello umano ha un bias, una distorsione cognitiva, nota come sconto temporale per cui sopravvalutiamo le ricompense immediate e sottovalutiamo i benefici futuri. Un esempio classico è costituito dal cibo, quando cioè si dice “di una cosa dobbiamo morire” frase magica che ci consente di continuare a bere e mangiare come se non ci fosse un domani. Sia chiaro che ogni tanto va pure bene trasgredire, senza però che questo diventi uno stile di vita e di pensiero. Il bias ci fa interpretare come noioso e troppo complesso pensare al nostro sé futuro, astratto e sfocato. Al contrario, riteniamo gratificante il presente, gestibile e senza tanti problemi.
Pianificare non sempre è meglio di curare...
Una pianificazione troppo studiata della nostra vita, è evidentemente il contrario dell’eccessiva procrastinazione, ma non significa che sia migliore e renda più sereni. Sono entrambe facce della stessa medaglia, poiché se il rimandare rivela il timore del futuro, pianificarlo troppo diventa un vano tentativo di “svelarlo”, di non avere sorprese che possano aumentare i livelli di ansia. Ancora una volta la soluzione è nel mezzo. Se l’eccessiva tendenza a rimandare non è dovuta a particolari stati quali depressione, ansia generalizzata, seri sensi d’inferiorità, ma è legata a modelli e meccanismi appresi nel tempo, allora è bene affrontare la situazione innanzitutto ammettendo con se stessi il problema. È l’indispensabile primo passo per iniziare a comprenderne le radici. Poi, suddividere le incombenze in base all’importanza che gli diamo. In questo modo, potremo individuare le nostre paure e affrontarle. Ad esempio, se guardare la Tv è più semplice che studiare per un esame, dividiamo in piccoli passi l’approccio con lo studio, iniziando con dieci minuti e aumentando sempre un po’, diminuendo contemporaneamente il tempo dedicato alla serie Tv. È un allenamento che vale per qualsiasi situazione, ma che se fatto con costanza, allenta e di molto gli stati d’ansia. Detto questo, ogni tanto fa bene rimandare qualcosa per dedicarci a noi stessi od oziare in santa pace, poiché la vera soddisfazione sta nella consapevolezza di poter decidere di rimandare ogni tanto, senza provare ansia. È il protrarsi di un problema il segnale che qualcosa, dentro o fuori di noi, non sta funzionando. Ascoltare queste dinamiche psicologiche, invece di combatterle inutilmente con frustrazione e tentate soluzioni, permette di trasformare la procrastinazione da nemica ad alleata della crescita personale. Come scriveva Paulo Coelho: "Il mondo è nelle mani di coloro che hanno il coraggio di sognare e di correre il rischio di vivere i propri sogni". Questo non vale solo per la procrastinazione, ma per tutto ciò che viviamo come complesso ed emotivamente difficile: iniziare, anche con un piccolo passo, è il primo atto di quel coraggio.


La gabbia
Nel numero di aprile del 2015, scrissi un articolo sull’influenza psicologica del consumismo e in particolare dell’”usa e getta”. Riporto un breve estratto in cui rilevavo come gettare oggetti con estrema facilità, potesse favorire in qualche modo, anche lo stesso trattamento nei riguardi delle persone e delle emozioni:
L’era consumistica in cui viviamo, ci impone di sottovalutare l’importanza della ‘conservazione’ (intesa come preservazione, non conservatorismo), nel senso della cura, dell’attenzione e della manutenzione degli oggetti. Usiamo e gettiamo senza pensarci più di tanto, qualsiasi cosa e, per associazione condizionante, anche l’affettività, l’emotività, i rapporti interpersonali, spesso fanno la stessa fine.” Credo risulti chiaro come mi riferissi alla cura degli oggetti, non alla necessità (spesso patologica) di accumularne in quantità eccessiva. Infatti, in un mondo dove il consumismo è spesso celebrato, l'accumulo di oggetti può sembrare un comportamento innocuo o addirittura virtuoso. Tuttavia, per alcune persone, questa tendenza si trasforma in una condizione debilitante nota come disposofobia o disturbo da accumulo.
Quando gli oggetti diventano una prigione
Il termine disposofobia deriva dal greco “disposein” (mettere via) e “phobos” (paura), ossia la paura smisurata di separarsi dagli oggetti. Questo disturbo si manifesta con una difficoltà cronica a disfarsi di beni materiali, indipendentemente dal loro reale valore, accompagnata da un bisogno irrefrenabile di conservarli. Chi ne soffre non accumula solo oggetti “utili” o ricordi. Conserva scatole vuote, volantini, giornali vecchi di decenni, cibo scaduto, oggetti rotti. Tutto può assumere un significato affettivo, simbolico o “potenzialmente utile”. Il risultato? Case invase, stanze impraticabili, vite messe in pausa. Nel 2023, a Milano, i vigili del fuoco sfondarono la porta di un appartamento in un palazzo, dopo segnalazioni di un cattivo odore. All’interno, una donna di 68 anni viveva tra pile di giornali risalenti agli anni ’80, elettrodomestici rotti, e sacchi di plastica riempiti con migliaia di bottoni. La cucina era inaccessibile da anni e per mangiare, utilizzava un microonde poggiato su una montagna di libri. "Non riuscivo a respirare, ma non sapevo come uscirne", confessò in un’intervista. Questa è solo una delle migliaia di storie del disturbo da accumulo, un problema psicologico che a volte trasforma case in labirinti invivibili, legando le persone a oggetti privi di valore. Secondo l’OMS, la disposofobia colpisce il 6% circa della popolazione globale, con casi in aumento dopo la pandemia di Covid, quando l’isolamento ha esacerbato i comportamenti compulsivi. In realtà i casi gravi di disposofobia, quelli cioè nei quali si mette a rischio la propria e l’altrui incolumità, sono abbastanza rari, ma sicuramente esistono tante persone che accumulano, passando quasi inosservati, e che si contengono anche per la presenza dei familiari.
Le origini
Il disturbo si manifesta con incapacità cronica di eliminare oggetti, indipendentemente dal loro valore, angoscia intensa al pensiero di separarsi dai propri beni, spazi vitali resi inagibili: stanze bloccate, rischi igienici, pericolo di crolli, compromissione delle relazioni sociali, lavorative o della salute fisica. Sia ben chiaro che chi soffre di questo disturbo, non è indolente o pigro. Anzi, ci vuole davvero molta energia e impegno per accatastare una così grande quantità di oggetti. Le origini del disturbo sono complesse e possono comprendere fattori genetici, psicologici ed esperienziali. Spesso, chi soffre di disposofobia ha vissuto esperienze traumatiche, abbandoni, perdite o insicurezze economiche. Un lutto improvviso può innescare l’esigenza di accumulare oggetti proprio per “riempire” il vuoto lasciato dalla persona deceduta. Altri hanno avuto un’infanzia segnata dall’assenza di una persona cara per malattia, lavoro o altro, con il conseguente vuoto affettivo: buttare via qualcosa oggi riattiva quella sensazione di privazione, di abbandono. Trattenere oggetti rappresenta, ancora una volta, l’inconscio tentativo di non separarsi dalla persona cara. Simbolicamente si ricrea la situazione originaria che ha provocato grande dolore e tanta ansia, proprio per non rivivere l’abbandono con la conseguente angoscia. Anche altri tipi di situazioni, possono favorire lo sviluppo del disturbo, ad esempio genitori molto ansiosi, famiglie disorganizzate o eccessivamente attaccate ai beni materiali. Ancora, la disposofobia può essere associata a disturbi dell’umore, depressione, ansia generalizzata o disturbo ossessivo-compulsivo (DOC). Altre cause sono da ricercarsi nella povertà infantile "Tengo tutto perché ho paura di non avere più nulla", in abusi "Gli oggetti mi facevano sentire al sicuro". Ancora, alcune credenze distorte possono portare alla paura dello spreco: "Potrebbe servirmi un giorno" o a un attaccamento magico: "Questo biglietto del cinema è un ricordo della mia felicità"; infine per una sorta di responsabilità esagerata "Se butto questa rivista, distruggo un pezzo di storia".
Un problema che isola
Gli oggetti diventano gli unici amici nel disturbo da accumulo, che ha un impatto devastante non solo sulla vita della persona, ma anche sulle relazioni sociali e familiari i cui componenti cercano in buona fede di aiutare, ma spesso il risultato peggiora le relazioni. Cercano, ad esempio, di convincere il convivente a razionalizzare “guarda quante cose inutili” oppure buttano di nascosto qualcosa, fatto che inevitabilmente non sfugge al familiare che si chiude ancora di più in se stesso, sviluppando la convinzione che nessuno possa capirlo/a. È un copione ricorrente. I tentativi di “ripulire” la casa senza il consenso della persona colpita, non fanno che aumentare la sua ansia e, spesso, peggiorare il disturbo. La casa diventa un luogo inviolabile, la persona si ritira dal mondo, smette di ricevere ospiti, perde contatti, lavoro, autonomia.
Accaparramento e collezionismo
Esistono differenze sostanziali tra i disposofobici e i collezionisti. Infatti, mentre i collezionisti organizzano, catalogano e condividono i loro oggetti, gli accumulatori non riconoscono il caos: "Va tutto bene così", anche se non riescono a raggiungere il letto; provano vergogna, non orgoglio; non usano gli oggetti: potrebbero, per esempio, conservare cinquanta tostapane rotti senza ripararli.
Fantastilioni!
Alcuni accumulatori seriali, passano, invece, inosservati o quasi, grazie alle condizioni economiche che gli consentono un compromesso tra abitazione e altri luoghi (rimesse, capannoni e quant’altro) dove concentrare la gran mole di oggetti e sovente, chi è ricco è considerato snob se ha insoliti comportamenti. Infatti, se un disposofobico accumulasse cose preziose, non sarebbe etichettato come problematico, ma addirittura invidiato. Chiaro che sia così, visto che l’oggetto dell’accumulo è generalmente considerato positivamente, addirittura invidiato dagli altri. Paperon de’ Paperoni è il personaggio di Walt Disney che ha un solo scopo nella vita, accaparrare quanto più denaro possibile e nuotarci dentro. A lui sembra quasi non interessare il potere. Personalmente credo che anche dietro la cosiddetta “sete di potere”, economico o politico che sia, si celi anche un problema di carattere fobico. Persone che farebbero di tutto per guadagnare di più, nonostante già siano molto più che ricche o per avere il controllo politico di intere nazioni. Al contrario dell’accumulatore patologico classico, non soffrono ma spesso fanno soffrire e ancor più spesso, sono invidiati. È noto l’aforisma di Giulio Andreotti “il potere logora chi non ce l’ha”. Ah!, se solo percepissimo certi “potenti” per quello che realmente sono... Aggiungo io.


Negazione difensiva
Nel luglio scorso, mentre percorrevo con mia moglie le viuzze di Ostuni Vecchia per recarci da amici, tra le tantissime persone incrociate, mi sembrò di intravvedere lineamenti in qualche modo familiari. La stessa impressione doveva averla avuta anche la persona in questione, poiché dopo pochi passi mi sentii chiamare. Mi voltai e… ma sì, Giuseppe, un vecchio compagno delle scuole medie, frequentato poi sporadicamente. Scambiammo qualche frase di circostanza: “come va, dove abiti, sei in pensione?” I soliti convenevoli in linea con l’età e con i decenni trascorsi senza vedersi e pensarsi, fino all’inevitabile “che caldo insopportabile” e “le estati sempre più roventi a causa dei cambiamenti climatici”. E qui ebbe inizio una velata diatriba sull’esistenza reale dei cambiamento climatico, che sono fermamente convinto essere causa dell’uomo, mentre lui iniziò la stantia tiritera negazionista “è sempre stato così da che mondo è mondo. Il riscaldamento è naturale. Questo mese non fa molto caldo. Ci vogliono impaurire, ecc.”. Interruppi sul nascere qualsiasi sviluppo di quello sterile dialogo*1 battendomi il palmo della mano sulla fronte, mentre dicevo un po’ troppo teatralmente a mia moglie: “chissà Clorinda e Bernardo cosa staranno pensando del nostro ritardo!”. Lei mi guardò inizialmente stranita, ma comprese immediatamente tentando di trattenersi dal ridere. Dopo esserci allontanati, mi chiese da dove avessi tirato fuori quei nomi.
Scorciatoie che allungano: quando la mente si protegge dalla verità
La negazione difensiva è una forma di distorsione cognitiva, un cosiddetto bias che consiste nel negare o sminuire realtà e situazioni ritenute spiacevoli, nel tentativo di ridurre l'ansia a esse collegata. Le tensioni che si verificano in presenza di pensieri e comportamenti in conflitto tra loro possono, infatti, scatenare contrasti emotivi di difficile gestione. Questo processo è spesso automatico e inconscio, radicato nei meccanismi psicologici che regolano autostima e senso di identità. I bias cognitivi sono anche scorciatoie mentali che ci spingono a prendere decisioni irrazionali e/o a interpretare la realtà in modo distorto. La negazione difensiva ne è un esempio, una forma di auto sabotaggio inconscio molto comune. Questo automatismo, sebbene possa offrire un temporaneo sollievo emotivo, rischia di intrappolarci in illusioni pericolose. Il cervello, di fronte a una minaccia psicologica, attiva una sorta di scudo mentale per evitare instabilità emotiva. Può accadere, così, che si sostenga un’altra versione, spesso alternativa, più semplice e accettabile: un meccanismo di difesa attraverso il quale l'individuo rifiuta o minimizza informazioni considerate minacciose. “Io posso smettere quando voglio” è una frase tipica nella negazione di un problema come, ad esempio, tabagismo, alcolismo, ludopatia o dipendenza da droghe. In questo esempio di autoinganno è presente la difesa della propria autostima (“Io posso…”) e la conseguente negazione del problema: “se posso smettere quando voglio, non sono dipendente”; ne deriva che “non c’è alcun bisogno di mettermi alla prova, poiché ho tutto sotto controllo” dunque tutto resta immutato. La negazione difensiva non è sempre dovuta a semplice ignoranza, poiché qui l’individuo evita o rigetta dati reali a prescindere dal grado di istruzione. Il concetto ha le sue radici nella teoria della dissonanza cognitiva*2: quando sperimentiamo un conflitto tra ciò che sappiamo e ciò che facciamo, proviamo stress. Per ridurlo, spesso modifichiamo le nostre convinzioni anziché le nostre azioni. Un classico esempio di dissonanza cognitiva può essere riferito al tabagismo: “so che fumare fa male, ma calma lo stress”. Qui è presente una “scelta” della cui contraddizione si è coscienti: “conosco il rischio, ma conta di più non provare ansia”. Al contrario, la negazione difensiva obbliga a trovare alternative a cambiamenti vissuti come pericolosi e minacciosi. Continuando con l’esempio del tabagismo, nel caso della negazione difensiva si direbbe: “Tutte chiacchiere, conosco uno che ha sempre fumato ed è vissuto fino a 90 anni!” una presa di posizione in cui manca qualsiasi tentativo di autocritica e che dà per scontato una singola esperienza come unica garanzia delle proprie tesi.
Il rapporto di coppia deve essere paritario e reciproco!
Un altro contesto dove entra in gioco la negazione difensiva, sono i rapporti sentimentali “malati” nei quali non ci si accorge e a volte non ci si vuole rendere conto, che è il partner il problema primario. Di solito accade che si minimizzi e giustifichino i comportamenti dell’altra persona, negando la situazione di un rapporto che tutto è, tranne che di amore. Pur di non soffrire per un eventuale abbandono, si accetta di sottomettersi all’altro e, spesso, non si colgono i piccoli grandi segnali di pericolo. Una delle caratteristiche di questo meccanismo difensivo, è la fragilità degli argomenti, il classico prosciutto sugli occhi, colorato a volte da una leggera tinta di tenerezza che caratterizza risposte spesso infantili, impacciate e senza senso.
Sono falsità create dagli avversari politici!”
Ancora un esempio anch’esso, ahinoi, abbastanza frequente: sostenere un politico coinvolto in scandali, concussioni o altri reati e condannato per questo. La convinzione, contro ogni evidenza, dell’estraneità del personaggio in questione, da parte dei sostenitori, si associa qui a una dimensione persecutoria, con accuse di complottismo nei riguardi degli avversari. Per rimanere in ambito socio-politico, è sempre più facile trovare individui che rifiutano dati scientifici sul cambiamento climatico, attribuendo le informazioni a complotti o interessi economici o semplicemente perché “è sempre stato così”, di solito confondendo il meteo (previsioni fino a tre giorni) con il clima (valutabile in decine di anni). Gli scienziati climatologi sono al 99,9% convinti che alla base dell’attuale cambiamento climatico vi sia la responsabilità dell’uomo, ma taluni governanti fomentano e cavalcano l’onda negazionista, perché interessati solo al consenso elettorale. Alcuni leader politici, non solo si oppongono ai dati scientifici, ma addirittura incentivano le abitudini che stanno rovinando la Terra. Anche in questo caso, sono presenti tratti persecutori che portano i negazionisti ad accusare i climatologi di non meglio specificati complottismi e interessi economici: un’evidente incongruità, in quanto i veri complotti e interessi economici, vedono semmai coinvolti governanti, mafie varie, gruppi industriali e finanziari che hanno invece facilitato la drammatica situazione ambientale e climatica per lucrare senza ritegno. Insieme a ignoranza, mancanza di volontà di approfondimento, la negazione difensiva è alla base di questo meccanismo che trattiene beatamente in una eterna e ovattata valle da Mulino Bianco.
Gli esempi sarebbero davvero tanti, ma in conclusione vorrei citare Carl Jung, l’eminente psicanalista svizzero, che affermava una grande verità: "Ciò che neghiamo ci sottomette, ciò che accettiamo ci trasforma". Affrontare e riflettere sulle nostre paure, per quanto scomodo, non può che farci bene e rafforzarci oltre a essere un atto di coraggio e responsabilità.
Nota: nei giorni successivi, incontrai di nuovo quel mio conoscente che mi disse “però li potevi scegliere più terra terra i nomi dei tuoi amici, l’altra sera”. Iniziai un discorso per negare l’evidenza. Fu in quel momento che mi venne in mente la negazione difensiva. Mi bloccai, alzai le mani in segno di resa, lo invitai a prendere un caffè e mentalmente presi nota di scrivere questo articolo.
*1 Ritengo inutile affrontare contraddittori con i negazionisti, poiché sono fermamente convinto di quanto riportato dagli scienziati climatologi. Ribadisco qui il concetto: il cambiamento climatico si riferisce all'aumento delle temperature medie globali misurate nel lungo termine, non alle variazioni meteorologiche stagionali. Un'estate meno calda può essere una fluttuazione temporanea all'interno del modello generale di riscaldamento globale. Insomma, basta informarsi sulla differenza tra clima e meteo. *2Argomento trattato nell’articolo di agosto-settembre del 2019 e che intitolai “Non è vero ma ci credo”, simile ma ovviamente opposto al presente titolo.


E chi si muove da qui!?
Parecchio tempo fa, avrò avuto sedici anni, con un mio amico incontrammo per strada due belle ragazze con le racchette da tennis a tracolla. Non avemmo il coraggio di proporci per accompagnarle, come lo stile pappagallesco dell’epoca avrebbe suggerito, ma il giorno dopo, più o meno alla stessa ora, ripassammo dal medesimo luogo ed eccole di nuovo. Era evidente che si recassero a giocare ogni giorno a tennis. Nemmeno allora riuscimmo, però, ad “attaccare bottone”, poiché in fin dei conti eravamo dei timidoni, ma soprattutto perché proprio non ci videro. Ed ecco l’idea: saremmo diventati i novelli Panatta e Pietrangeli! Con i risparmi acquistammo due racchette da tennis (di quelle con le corde in plastica ché costavano parecchio di meno) e attendemmo le due ragazze al solito posto. Le vedemmo arrivare e ci incamminammo per incrociarle, cercando di essere spontanei nonostante le nostre tenute fantozziane. Le vedemmo ridere di gusto mentre ci avvicinavamo e questo non fece che aumentare il nostro disagio. Gambe molli e un unico pensiero in due: “ma chi ce l’ha fatto fare!” A quell’ora potevamo tranquillamente far niente, ma fatto bene, come solo a quell’età si sa oziare d’estate. Nonostante tutto, procedemmo e, inspiegabilmente, facemmo amicizia. Benché spirasse un fresco vento di maestrale, riprendemmo a sudare copiosamente poco dopo, quando ci invitarono a fare un doppio misto. Accettammo stoicamente come fosse la cosa più naturale del mondo. Nei due giorni che precedettero l’incontro, cercammo di allenarci contro un muro e tra di noi, ma ogni palla ci ricordava la triste e inesorabile figuraccia. Mannaggia, stavamo così bene nella nostra comfort zone solita…
Ogni tanto con il mio caro amico Ferdinando Sallustio, ci piace ricordare e ironizzare anche su fatti della nostra vita e in una di queste occasioni, alcuni giorni fa, riferii questa avventura. Lui mi ricordò (ineguagliabile la sua memoria), a proposito di tennis e di zona di conforto, ciò che aveva riferito Jannik Sinner in un’intervista, dopo la finale Us Open persa contro Carlos Alcaraz "Il mio gioco era troppo prevedibile, Carlos è migliorato rispetto a Wimbledon. Per diventare un giocatore completo dovrò uscire dalla comfort zone. L'obiettivo è provare dei cambiamenti ed essere un po' più imprevedibile, a costo di perdere qualche partita in più".
Comfort zone
La più grande sensazione di benessere, di quiete, di protezione, è molto probabilmente quella che sperimentiamo nel grembo materno, benché in seguito non riusciremo a ricordare quei momenti. Se pure in quella fase fossimo coscienti, in ogni caso non sapremmo di essere in una condizione ideale, poiché non avremmo termini di paragone. Chiariamo subito che se ci mettiamo a nostro agio e ci rilassiamo, magari in poltrona a guardare la tv, dopo una giornata di lavoro o per fare una pausa, siamo sì in una comfort zone, che però è limitata nel tempo e conseguente a un nostro impegno fattivo. Se, invece, la maggior parte del nostro tempo lo impieghiamo nella zona per noi più confortevole e ci procura ansia o disagio uscirne, ecco, questo non è positivo. La comfort zone non è sinonimo di svogliatezza o di apatia. È un insieme di strategie cognitive e comportamentali consolidate, che il cervello preferisce, poiché richiedono un basso consumo di energie. La nostra mente, se abituata a non affrontare i problemi, tende a ingigantire i “rischi” che ci riserva l’esterno. Un certo ambiente, di solito la nostra casa o una stanza di essa, può essere vissuto come estremamente confortevole, una nicchia in cui le avversità non ci potranno mai raggiungere. In realtà, la comfort zone è uno stato della nostra mente ed è del tutto normale, a patto che riusciamo ad affrontare le vicissitudini quotidiane, anche quelle più insidiose e urticanti.
Lo sviluppo
Chiunque abbia avuto un bambino, sa che uno degli obiettivi primari nei suoi primi mesi di vita è il seno materno, il contatto con la madre. Pian piano inizia a sperimentare volti nuovi e altre semplici ma fondamentali esperienze come emettere suoni, afferrare qualsiasi cosa sia a portata di mano, gattonare. Insomma, è ancora profondamente legato alla sua comfort zone, ma si sforza di uscirne attraverso la sperimentazione continua di nuove scoperte. Educazioni troppo coercitive o intrusive e possessive, ma anche distaccate, assenti e anaffettive, possono rendere molto difficile la conclusione del processo naturale di maturazione dell’individuo, vale a dire l’autonomia innanzitutto psicologica. Durante le fasi che vanno dall’infanzia all’adolescenza, si determina la possibilità di rimanere rinchiusi nella prigione mentale chiamata comfort zone.
La sindrome Hikikomori
È un insieme di sintomi e comportamenti, a volte seri e molto complessi, che riguardano per lo più giovani maschi in età adolescenziale, ma anche fino ai trent’anni. Hikikimori significa staccarsi, ritirarsi. È un termine coniato in Giappone dove il fenomeno riguarda oltre un milione e mezzo di giovani che si rinchiudono nella propria stanza senza mai uscirne, per periodi che variano da pochi mesi ad alcuni anni. Gli unici contatti con il mondo esterno sono cellulare e computer. In Italia si stima che vi siano oltre sessantaseimila adolescenti Hikikomori, cifra purtroppo sempre in aumento e di sicuro non comprensiva di tantissimi casi non dichiarati dai genitori, per le più diverse cause: sensi di colpa, sottovalutazione del problema, speranza che le cose si aggiustino da sé, vergogna sociale. Il malessere che provano questi ragazzi al solo pensiero di uscire dal loro nido sicuro, è molto severo.
Consigli
Una società contraddittoria, improntata ormai al mero lucro, l’incertezza sul lavoro in futuro, con venti di guerra che, ahimè, spirano sempre più forti da più parti del mondo, non sono certo le migliori garanzie per i giovani, soprattutto se hanno problemi di natura emotiva, educativa e familiare. Se la sindrome di Hikikimori è uno dei livelli più estremi di chiusura nella comfort zone, esistono comunque fasi intermedie in cui i ragazzi anche se escono, si incontrano, vanno a scuola, lo stesso hanno paura di staccarsi dalle proprie sicurezze, spesso identificate nell’inseparabile smartphone. Innanzitutto, si deve prendere atto della situazione, il più presto possibile, da parte dei genitori e di chi è a contatto con i ragazzi. Comportamenti di estrema timidezza, di pronunciata difficoltà nei rapporti con gli altri, possono coincidere con tratti della personalità di uno dei genitori “legittimando”, per così dire, anche i problemi dell’adolescente quasi fosse predestinato. Certo, molte caratteristiche, genetiche e comportamentali, sono trasmesse ai figli, ma un’educazione equilibrata e stimolante può apportare miglioramenti significativi. Bisognerebbe stimolare (non obbligare) i ragazzi, proponendogli situazioni nuove, magari da affrontare inizialmente insieme ai genitori, sempre con gradualità. Inoltre, individuare ciò che crea più ansia e, al di là dell’età, chiedersi “cosa evito di fare per paura di fallire, di ricevere un giudizio o di sentirmi a disagio?”. Fissare, dunque, date in cui si farà qualcosa, anche minima, per allontanarsi pur di poco dalla comfort zone: assistere insieme a un genitore, a un incontro sportivo o di altra natura. Organizzare insieme ai figli, ove possibile, incontri di tipo ludico-ricreativo con altri coetanei. Alcuni genitori proiettano nei figli maschi ciò che avrebbero voluto essere senza riuscirci, dunque li incitano a fare di più, sempre di più, a volte trascendendo i limiti con atteggiamenti rissosi, come le cronache riportano di frequente. L’incalzante richiesta di diventare un asso dello sport o la palese delusione se ciò non avviene, solidificano i muri della comfort zone per i ragazzi, rendendola una prigione fortificata.
Non è possibile, come spesso accade, esaurire l’argomento nel breve spazio di un articolo, ma l’invito resta quello di fare sempre un piccolo passo alla volta senza cercare di cambiare drasticamente le proprie abitudini. Restare troppo a lungo in spazi sicuri, rischia di alimentare stagnazione e routine; spingersi un passo oltre permette, invece, di sviluppare resistenza allo stress, creatività e nuove competenze.
Forse per Sinner la comfort zone ha un’altra valenza o magari, come ha detto, vuol dire allenarsi di più e in altri modi, per essere meno prevedibile in campo. Per quanto mi riguarda, di sicuro aver affrontato lo stress della mia prima difficile situazione “tennistico-sentimentale”, mi permise in ogni caso di maturare e fare, così, un altro passo per uscire dalla comfort zone adolescenziale. Ma giusto quello, perché a tennis non ho mai imparato a giocare bene...


Che disgrazia!
Nel giugno 2020, scrissi un articolo sulla Sindrome della capanna, ovvero la necessità per alcuni, di rinchiudersi in casa e uscire solo se strettamente necessario. Questa condizione era dovuta alla pandemia da Covid, che generava paura per la propria vita e incertezza nel futuro. Nel tempo, la carica letale del virus si è attenuata, ma ci ha pensato l’uomo a mantenere un’allerta costante con allarmi quasi mai giustificati, guerre senza fine e genocidi. Un contesto che facilita la preoccupazione in ognuno e che per alcune persone, può diventare una vera e propria ossessione.
Lo scorrimento catastrofico
Non riesco a smettere di guardare il mio cellulare e non per leggere le cose scritte su Facebook o Instagram da amici e conoscenti, come facevo fino a qualche tempo fa. Macché! Piano piano, come una sorta di malefico influsso, sono arrivata a passare ore e ore su quel maledettissimo aggeggio, per cercare aggiornamenti su una tale guerra o un certo nubifragio o, ancora, su un pauroso incidente piuttosto che su quel tale omicidio. Non vorrei, ma non posso fare a meno di stare lì a fare lo scrolling in piena notte ben sapendo che dopo qualche ora dovrò alzarmi”. Così una signora riferiva, un paio di mesi fa, del problema che da qualche tempo la angustiava anche di notte, rubandole ore preziose di sonno e con esse, la serenità. Il doomscrolling è la necessità di consumare una quantità incessante di notizie negative, spesso sui social media, su Google o sui siti di informazione, nonostante queste generino ansia, angoscia, senso di impotenza. Non si tratta semplicemente di tenersi informati. Spesso è un comportamento persistente e difficile da controllare, paragonabile a un disturbo da uso di sostanze, dove la sostanza è l'informazione catastrofista. La persona rimugina su ciò che legge, in uno stato di continua ansia, soprattutto quando non può collegarsi per continuare le parossistiche ricerche. Benché nelle sue forme più acute il doomscrolling provochi molto disagio, non si tratta di un vero e proprio disturbo ossessivo-compulsivo.
Il bias della negatività
La spiegazione del perché continuiamo a farlo, nonostante siamo coscienti che ci faccia male, risiede nel nostro cervello strutturato per prestare più attenzione alle potenziali minacce. Per i nostri antenati era una questione di vita o di morte individuare un pericolo, un predatore, un nemico. Il momento peggiore era la notte, durante la quale le insidie erano favorite dal buio. L’istinto di sopravvivenza è tuttora attivo, dunque, nel caso del doomscrolling, si attiva sulle notizie negative che il cervello interpreta come “minacce da monitorare”. Si crea così, una sorta di illusione del controllo, vale a dire l’idea quasi magica, che nulla possa accadere se continueremo a monitorare tutto quello che succede. Dunque, l’abitudine di cercare le cattive notizie e tenersi aggiornati su di esse, si rinforza diventando molto simile a un rituale di cui non ci si può privare. Per alcuni, non seguire questo rituale, diventa in qualche modo la causa del problema.
Agli inizi del Novecento, uno scienziato, il fisiologo Ivan Pavlov, condusse un esperimento nel quale il suono di un campanello precedeva di poco il cibo dato a un cane. Ripetette l’azione tante volte finché il cane salivava anche senza il solito boccone, al solo squillo del campanello. Si tratta del riflesso condizionato una cui variante, il rinforzo variabile, è una componente degli algoritmi alla base dei social. Questi si comportano come le “macchinette mangiasoldi” ossia, ogni tanto c’è una vincita (il rinforzo), ma per ottenerla si deve continuare a giocare. In pratica, non si sa quando nei social comparirà una notizia tragica, ma proprio questa incertezza può provocare dipendenza. Quando cerchiamo la notizia, una piccola dose di dopamina (”ormone della felicità”) è rilasciata dal nostro cervello che rinforza il piacere della ricerca, ma proprio la cattiva notizia trovata, sollecita un altro ormone, il cortisolo (”ormone dello stress”), che genera ansia, in un continuum incessante. Un’altra caratteristica degli algoritmi è l’agevolazione delle ricerche. Il sistema “capisce” cosa stiamo cercando, le notizie e i post su cui ci soffermiamo e con i quali interagiamo, magari lasciando un mi piace. Continuerà, così, a proporci argomenti in linea con le nostre ricerche e preferenze. Potrebbe sembrare una proprietà positiva, e a volte lo è se stiamo cercando informazioni su uno spazzolino da denti o uno pneumatico. La stessa ripetitività è riservata a chi mostra interesse per le cattive notizie: l’algoritmo continuerà a inserirle per favorirci, ma in realtà sta facendo gli interessi del canale web cui appartiene, poiché più si resta incollati allo schermo, più pubblicità si guarda e più soldi entrano (non certo nelle nostre tasche…).
Sintomi e rimedi
Come si diceva, il doomscrolling è una condizione recente, dunque non esistono ancora studi approfonditi che ne delineino i reali contorni, né esiste un protocollo terapeutico specifico. Di certo si sa che ha più facile presa su persone con predisposizione all’ansia o che attraversano un particolare momento di fragilità psicologica. In questi casi, le condizioni peggiorano con la comparsa di insonnia, irritabilità, ansia, emicrania e possibili problemi correlati all’appetito. Inoltre, la quantità di notizie negative, sovraccarica il sistema cognitivo provocando difficoltà di memoria, di attenzione e delle capacità critiche. Un affaticamento decisionale che, nei casi più gravi, comporta l’impossibilità di fare anche scelte minime.
Bisogna assolutamente interrompere la ricerca di quel tipo di notizie, imponendosi ritmi diversi nell’utilizzo dello smartphone. Riportiamo l’attenzione su hobby o curiosità tralasciate, cercando in internet notizie su quegli argomenti. Se non si riesce a smettere completamente, si può procedere limitando la visione a una ventina di minuti la mattina e altrettanti la sera (affidandosi a fonti d’informazione serie), senza mai consultare il telefono quando si è a letto. Inoltre, meglio disattivare le notifiche che avvisano quando sono disponibili novità e installare una delle tante applicazioni che avvertono quando si eccede con il tempo dedicato ai social e a internet.
Il doomscrolling non è certo l’unica fonte di dipendenza da cellulare, ma solo una delle ultime arrivate. Ormai lo smartphone è diventato a tutti gli effetti una protesi di cui è difficile fare a meno. Dentro c’è gran parte della nostra storia, dei nostri affetti ritratti nelle foto o ripresi nei video, ma anche dell’attività lavorativa, economica e finanziaria. Poi, i social e le applicazioni che ci tengono in contatto con gli altri. Risulta ormai pressoché impossibile farne a meno ed è per questo che, a prescindere dagli eccessi gravi, lo smartphone crea dipendenza. Si può dire che è utile proprio perché in un unico strumento, sono comprese tantissime utilità e questo è assolutamente vero. Ma è l’utilizzo, il tempo che gli dedichiamo che fa la differenza e modifica la nostra immaginazione, costringendola a soffermarsi di continuo su un unico tema, come un disco rotto. Sicuramente le grandi aziende tecnologiche e commerciali, non possono che essere soddisfatte, avendo tutto l’interesse a tenerci incollati al telefonino, al tablet o al computer. Anche a taluni potentati fa molto comodo questo aspetto alienante-ossessivo: se abbiamo paura, diventiamo più facilmente manovrabili, poiché la paura rende più fragili e disponibili a soluzioni accettate acriticamente. Un buon motivo per usare con parsimonia questi utili strumenti e i suoi, a volte temibili, contenuti. Quando ci accorgiamo di dedicare troppo tempo a internet, spegniamo tutto e accendiamo la nostra realtà.


È domenica finalmente! Cantare o fischiettare una canzone appena svegli, o giù di lì, è sicuramente segno di buon umore dovuto alla festività o ad altri motivi: abbiamo dormito bene, ieri sera ci siamo divertiti con i nostri amici, il rapporto con il nostro amore procede a gonfie vele e, ciliegina (anzi, polpettina) sulla torta, a pranzo stacciodde e brasciole. Uno o più di questi motivi ci permettono di affrontare la giornata con più serenità. A un certo punto, però, proprio mentre siamo intenti a sorseggiare il nostro caffè, ecco tornare alla mente un fatto, un volto, una conversazione che risale dai meandri della memoria:qualcosa che è rimasto irrisolto e avevamo solo momentaneamente rimosso. Iniziamo a rimuginare su quella cosa in un crescendo che già un po’ ce l’ha guastata la giornata. Potrebbe anche trattarsi di un motivetto musicale, una canzone che nemmeno ci piace o di cui abbiamo ascoltato distrattamente poche note, ma che continua imperterrita a ronzarci in testa.
Effetto Zeigarnik
Una piacevole serata trascorsa in un grande e affollato ristorante negli anni Venti dello scorso secolo. I camerieri sono particolarmente bravi: molti riescono a ricordare le ordinazioni senza scrivere nulla. Tra i clienti c’è anche una psicologa, Bluma Zeigarnik. Si incuriosisce della sorprendente abilità di quei camerieri e si concentra su uno di loro, quello che serviva al suo tavolo, scoprendo che egli tornava di tanto in tanto là dove le comande erano ancora aperte. Sembrava, invece, eliminare letteralmente dalla memoria le ordinazioni ultimate. Nulla di strano, si disse Bluma, che le operazioni completate fossero subito dimenticate. Questo grazie a un processo di economia mnemonica, che consente di ricordare alcuni dati solo per un breve periodo, altrimenti la nostra memoria sarebbe un turbinio insopportabile quanto inutile, di dettagli. Il punto era la persistenza di tante ordinazioni non ancora concluse nella memoria, che si comportavano come i pensieri intrusivi o le canzoncine di cui sopra. “I compiti non portati a termine tendono a ripresentarsi nella nostra mente, molto più di quelli che abbiamo completato” ipotizzò Bluma Zeigarnik che, da brava scienziata, volle capire meglio e in modo scientifico, questo meccanismo.
L’esperimento
Progettò, dunque, alcuni test nei quali i partecipanti dovevano comporre puzzle, costruire piccoli modelli e altri compiti analoghi. Alcuni di loro, però, venivano volutamente interrotti durante lo svolgimento del lavoro assegnato. Interrogati dopo qualche giorno, i componenti del gruppo che non avevano ultimato i test, ricordavano bene i compiti assegnati. Gli altri, che avevano finito la prova, non ricordavano pressoché niente degli esercizi. La ricercatrice trasse alcune conclusioni, in primis che il nostro cervello predilige portare a termine i vari compiti che si iniziano, lavorativi, sentimentali, interpersonali e così via. Prendiamo l’esempio di un rapporto di coppia o di un’amicizia che si conclude. Di rado il consenso è di entrambi e chi dei due non voleva interrompere la relazione, vivrà peggio la cessazione forzata e continuerà a pensare e ripensare ai momenti più belli e alle cause della rottura.
Emotività e sentimenti
giocano un ruolo determinante in qualsiasi situazione in sospeso; facilitano la ruminazione mentale come nel precedente esempio che ci aiuta a comprendere in che modo l’interruzione attivi una sorta di radar mentale, utile a ricordarci il processo da ultimare. Riportare alla memoria ricordi di situazioni sospese, è una caratteristica del nostro cervello che, come abbiamo visto, preferisce la completezza alle interruzioni. Quando ciò accade, si allertano i centri preposti al controllo, che inviano sollecitazioni più o meno ansiogene, dando inizio a pensieri intrusivi, automatici, di cui faremmo volentieri a meno, ma che hanno il compito di attivare un impulso a completare il compito per raggiungere uno stato di chiusura e riposo (omeostasi). Insomma, si potrebbe definire un processo da contabili scrupolosi, per cui entrate e uscite devono essere precise, pena la ripetizione di tutti i calcoli finché i conti non torneranno. L’effetto Zeigarnik di solito aiuta a ricordare compiti che altrimenti potremmo tralasciare. Questo, di norma, è il lato positivo di gran lunga più presente nella vita quotidiana di ognuno di noi. A tal proposito, pare che Ernest Hemingway quando scriveva un romanzo, lasciasse volutamente a metà l’ultima frase (di cui conosceva bene la chiusura), così che la mattina successiva potesse riprenderne facilmente la scrittura.
Probabilmente anche questo meccanismo riviene da epoche in cui i nostri lontani antenati avevano a che fare con pericoli di vario tipo, belve e insidie varie, e potevano considerarsi relativamente al sicuro solo quando erano al riparo e tutto era sotto controllo. Abbiamo ancora nei nostri cromosomi, queste impostazioni di reazione e difesa che indubbiamente servono. Pensiamo a come potrebbe essere la nostra quotidianità se lasciassimo qualsiasi compito sospeso, senza portarlo a termine: un invivibile caos ci sopraffarebbe. Il meccanismo, è ben conosciuto da alcuni settori commerciali. Solo per fare qualche esempio, la pubblicità, l’editoria, la Tv con le interminabili mini serie, hanno trovato il modo di sfruttare per i propri interessi questa caratteristica insita un po’ in tutti noi.
Cliffhanger, il finale sospeso
"Non riuscirai a fuggire da me questa volta!". Questa potrebbe essere la battuta finale di una delle tante puntate di qualsiasi telenovela. Poi i titoli di coda e l’attesa della prossima puntata. Apprensione accentuata proprio da quel finale dai toni perentori che lasciano col fiato sospeso chi segue da casa e che a ogni fine di episodio, inizia a contare le ore che mancano alla prossima puntata. Diretta conseguenza dello Zeigarnik, l’effetto cliffhanger (finale sospeso) suscita in chi assiste, una sensazione di grande interesse, a volte ansia dell’attesa, proprio perché l’azione è tranciata di netto, non finita, non completata. Vale anche per il lancio di film, con trailer montati ad hoc con spezzoni significativi che inducono a voler assistere al compimento di quell’azione.
Le mode ci impongono di cambiare abiti, auto, arredamento e quant’altro, anche se acquistati da poco: un’interruzione dell’utilizzo in linea con l’effetto cliffhanger che, come abbiamo visto, costringe a essere sempre vigili, creando l’illusione che il cambiamento di oggetti sia necessario per vivere meglio. Magari è vero, ma per un breve momento, poi basterà una nuova pubblicità o vedere nuovi oggetti o vestiti alla moda, per riattivare il senso di incompiutezza. Un po’ tutto, nella società in cui viviamo, contiene qualcosa di interrotto. L’usa e getta, ad esempio, ne è un simbolo, una (cattiva) abitudine ormai consolidata, che non consente di dare il giusto valore agli oggetti. Per analogia mentale, anche i rapporti tra le persone iniziano a essere impostati sulla lacunosità, sull’indifferenza, sul mordi e fuggi, invece che sullo scambio paritetico di intenzioni ed emozioni. Probabilmente è anche per questo che, spesso senza accorgercene, rischiamo di perdere la nostra umanità che per definizione è completezza.

Altri anni:

~~~
Riceve solo su appuntamento a Ostuni, via O. P. Orlando, 26 - Tel. 0831 302006 - 336 584770

Studio di psicologia a Ostuni Provincia di Brindisi, Puglia - Via O. P. Orlando, 26
Tel. 0831.302006\336.584770 - P.Iva: 02124600749 - E-MAIL - Privacy