Dott. Franco Sponziello
Psicologo

Articoli e pubblicazioni - Anno 2026

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Il cervello e i suoi segreti, la mente e la sua maschera
Nuovo libro di Luciano Peccarisi

Siamo composti da un insieme di organi che, come in un’orchestra, eseguono le partiture loro assegnate. Così, mentre il fegato provvede a tante fondamentali funzioni tra le quali la produzione di bile utile alla digestione, la depurazione da sostanze tossiche e così via, il sangue e i liquidi sono filtrati dai reni, indispensabili setacci per la salute del nostro organismo; e poi il cuore, che irrora costantemente tutti gli organi garantendo, con loro, la vita. Di tutti questi apparati si conosce davvero molto, ma di un organo in particolare, il cervello, c’è ancora tanto da capire. È la parte di noi che provvede a ragionare e a comprendere, ma anche a farci fare atti inconsulti o semplici, gesti e azioni, apparentemente inspiegabili. “Il cervello e i suoi segreti, la mente e la sua maschera” il nuovo libro di Luciano Peccarisi, noto medico e neurologo ostunese, ci aiuterà a comprendere meglio i meccanismi del cervello.
Non nascondo l’entusiasmo per questo quinto libro* di Luciano, con il quale siamo amici da sempre e di cui conosco la profondità di pensiero e la grande competenza che ne fa anche un ottimo divulgatore. Il libro, arricchito dalla preziosa introduzione del Prof. Alessandro Salvini (già ordinario di Psicologia Clinica all’Università di Padova, mio insegnante, mentore e amico), fornisce una chiave di lettura originale sui meccanismi meno noti, che sottendono le funzionalità del cervello. A tal proposito, come prima domanda chiedo a Luciano Peccarisi qual è il significato del titolo?
Noi esseri umani [riferisce l’autore] siamo dal punto di vista psicologico, due facce della stessa medaglia. Possiamo immaginarla da una parte con una raffigurazione del cervello e dall’altra il viso di un essere umano moderno, ciò che si definisce una persona. In quello che sentiamo e nel modo in cui ci comportiamo, si manifesta sempre il riflesso di questa duplicità, come pure in ciò che noi siamo sia nelle azioni buone e generose, sia negli atti malvagi e crudeli. Il nostro sentire e il nostro agire possono essere spiegati da questa fondamentale doppiezza. Da questo “segreto”.
Nel libro sostieni che negli animali la medaglia presenta la stessa immagine su entrambi i versanti, perché non sono né buoni, né cattivi, né colpevoli, né innocenti: obbediscono a un solo copione, quello genetico.
Esatto, noi umani, avendo anche il “copione” culturale, siamo servitori di due padroni, per cosi dire. Perciò abbiamo bisogno di riconquistare il nostro equilibrio perduto, quel qualcosa che avvertiamo essere stato in noi. Il libro ci aiuta a percorrere questo viaggio nel nostro cervello e, spero, possa avere ripercussioni anche sulla propria vita sociale.
Come siamo arrivati a essere costituiti da queste due componenti?
L’evoluzione avanza sempre per sovrapposizione di strati, quelli recenti su quelli più antichi, le cui vestigia però rimangono ancora visibili, per esempio le ultime vertebre del coccige (l’antica coda), i denti del giudizio, i capezzoli maschili, l’appendice. Anche la pelle d’oca è un ricordo remoto della capacità che hanno ancora diversi animali in natura, di drizzare il pelo per sembrare più grandi, mentre il riflesso dei neonati di afferrare qualunque cosa, serviva a essere ancorati ai genitori durante il trasporto. Poi vi sono le vestigia del vecchio cervello che si riflettono sulla mente, sono invisibili ma influenzano la psiche della persona moderna.
È difficile immaginare come eravamo milioni di anni fa e i modelli di pensiero dei nostri predecessori. Da animali umanoidi, ora siamo diventati persone. Ma cosa significa questo?
Ripercorriamo la storia di questo termine, le parole sono navicelle spaziali del passato che trasportano i vari significati facendoli arrivare fino a noi. Persona, dal latino persōna, deriva a sua volta dal greco prósōpon, che significa maschera e per estensione personaggio. Era la maschera che gli attori teatrali indossavano per amplificare la loro voce (da cui anche il significato di risuonare "per-sonare", che significa "suonare attraverso") e per rappresentare i ruoli specifici. Con la maschera la voce più potente era sentita anche dagli spettatori più lontani. Oggi, però, la maschera non è più indossata perché è incarnata in noi e la gente recita la sua parte, il suo ruolo. Il greco prósôpon indica la persona che mi sta davanti, l’altro davanti ai miei occhi. La mia identità si rispecchia in coloro che mi guardano. Non ho un’identità perché sono nato, quella è la mia identità di specie, animale. Che identità possono avere i casi descritti dei bambini lupo, quelli cioè nati senza alcun tipo di relazione con altri membri del genere umano? La relazione sociale è il fondamento, l’identità me la danno gli altri con il loro riconoscimento. E noi, a differenza degli animali, sappiamo di essere osservati e giudicati dagli altri, dalla società. Comicità, ridicolo, sarcasmo, ironia, sorriso, sono manifestazioni fuori dai canoni stabiliti, proprie degli umani. In genere trattiamo il mondo sociale come l’unico sfondo presente ed è in questo luogo che interpretiamo la nostra commedia. Trascuriamo spesso l’animalità con cui conviviamo, per questo ognuno di noi è in disaccordo con se stesso, biologico e sociale, e ha difficoltà a costruire una sua identità che lo faccia sentire tranquillo anziché inquieto.
Riassumendo, nel tuo libro sostieni che gli esseri umani interpretano un ruolo, vale a dire che recitare sul palcoscenico della vita è connaturato in noi, non è finzione. Dunque, recitiamo la nostra parte poiché necessario e ciò non significa falsificare la realtà, bensì essere noi stessi, derivanti da milioni d’anni di evoluzione.
La nostra maschera è necessaria e incarnata, l’autenticità naturale non esiste nella grande scacchiera della vita, altrimenti torneremmo a essere animali. E ripeteremmo tutti la stessa interpretazione come fanno le gazzelle, i tordi o i salmoni, che sembrano fotocopie uno dell’altro. Nel nostro secondo copione prevale l’apprendimento individuale, siamo tutti diversi con piccole o grandi differenze, ma unici come le impronte digitali o la geografia dei contatti tra neuroni del cervello (il connettoma). Il secondo copione è il nostro mondo e al suo interno cerchiamo nuove idee e soluzioni. Se una creatura proveniente dallo spazio s’imbattesse in un prodotto umano complesso, per esempio, un semaforo senza vederlo in funzione, potrebbe smontarlo e analizzarne la struttura in eterno, senza capire perché esso fa ciò che fa.
Nel libro scrivi “Noi umani siamo tutti degli attori in cui riemergono ricordi che sembravano appassiti, tanto erano lontani, sepolti e muti nel tempo e che invece possono rigermogliare vivi e freschi”. È la proprietà del nostro cervello dinamico, plastico, dalle insospettate risorse, che si modifica con il trascorrere del tempo?
Assolutamente sì. La vita è un fenomeno molto caratteristico che si è verificato sul nostro pianeta e non per esempio sulla Luna e, a quanto è dato sapere, neanche sugli altri pianeti dell’Universo, anche se è plausibile pensare la sua presenza su qualcuno di essi. Sta di fatto che sulla Terra vi sono gli esseri viventi e noi ne facciamo parte. Questo è sostanzialmente un libro sul cervello, il nostro organo che permette anche queste riflessioni che, a quanto pare, nessun altro animale è in grado di fare.
Come mai? Vale a dire, qual è il motivo per cui solo il cervello degli umani si è evoluto, seppure con il dualismo che sostieni nel libro?
Bisognerebbe ripercorrere la strada dell’evoluzione umana, forse a partire da 14 miliardi di anni fa, ma temo sia passato troppo tempo... Si deve cercare, dunque, di immaginare i primi cervelli più simili ai nostri, quelli in grado di rappresentare figure sulle pareti delle caverne. Perché in quei luoghi per la prima volta, il contenuto del cervello è stato trasmesso all’esterno come forma di raffinata comunicazione. La mente dei primi esseri umani ha cominciato a essere simile alla nostra ca. 30-40.000 anni fa, il periodo delle pitture rupestri, il linguaggio e infine la scrittura, hanno plasmato il mondo moderno. Dobbiamo sempre ricordare che noi siamo un fenomeno recentissimo apparso sulla Terra.
A un certo punto, con l’incalzante e frenetico ritmo dell’attuale rivoluzione digitale, la ruota del tempo ha avuto un’accelerazione esponenziale. Come sopporta questo il nostro cervello?
Il cervello umano ha seguito tutti i cambiamenti trasformandosi grazie alla plasticità della sua sostanza. Infatti, come hai accennato, è un organo molto malleabile perché possiede grandi possibilità di modifica, plasmato dalla natura in cui è immerso. Le sue cellule sono connesse tra loro, possiedono un grosso tronco e tanti rami, come un albero. Non mi dilungo per ovvie ragioni di spazio, nello specifico e complesso meccanismo che trasporta informazioni da e per il cervello, e che lo rende flessibile e non rigido. Tenendo anche conto che il numero dei neuroni va da 85 a 100 miliardi e ognuno di essi ha dalle 1000 alle 10.000 connessioni, la possibilità di variare è enorme. Noi umani in modo particolare siamo soggetti al cambiamento, essendo immersi in un mondo sociale pieno di stimoli di tutti i tipi. Abbiamo la possibilità di connessione in rete tramite il linguaggio. Con l’educazione, la lettura, la scrittura e le immagini, il nostro ecosistema non ha una sua nicchia geneticamente determinata come quella di tutti gli altri, la sua è quella del mondo, se non dell’intero universo, almeno con la fantasia. Perciò il nostro cervello possiede una mente aperta, che può manifestare grandi potenzialità nell’Arte e nella Scienza, ma può anche compiere crimini inenarrabili.

“Non si finisce mai di imparare”. Chissà quante volte abbiamo sentito e detto questa frase, un modo di dire che calza a pennello con questo nuovo libro di Luciano Peccarisi. Spero che il nostro cervello elabori anche i repentini cambiamenti e i conflitti che sembrano sbocciare come fiori neri in un campo riarso dalla siccità. L’autore è riuscito a rendere di facile comprensione argomenti complessi, per cui riesce agevole apprendere le informazioni sul funzionamento del nostro cervello. Ciò aiuta a conoscersi meglio, ad aumentare le capacità critiche e rimanere legati alla realtà.
* - Il miraggio di ‘conosci te stesso’. Coscienza, linguaggio e libero arbitrio, ed. Armando, Roma, 2008.
- Dialogo tra il Cervello e il suo Io, 2014 ed. Aracne, Roma
- Quando il cervello immagina. Le due dimensioni della mente, ed. Fabbrica dei Segni, Milano, 2021
- Sono un cervello che parla, ed.Tempesta, Roma, 2021.


L'urlo
Era una sera di tanti anni fa. Ricordo che faceva caldo, ma come nelle belle stagioni in cui l’anticiclone delle Azzorre non era ancora stato spodestato dai vari Caronte, Cerbero, Minosse, Lucifero i quali, purtroppo, da lì a poco avrebbero allungato i loro artigli roventi sulle estati ostunesi. Un caldo che comunque faceva tenere le finestre aperte e questo bastava a mitigare diavoli e demoni. E proprio da quelle aperture che sostituivano egregiamente i condizionatori, giunse un primo, angosciante, interminabile grido. Uno squarcio lacerante e disperato a sovrastare l’allegro vociare di persone e tv. Un lamento urlato, infinito e definitivo. Mi affacciai come tanti altri da finestre e balconi in un silenzio che aveva smorzato qualsiasi allegria. Una madre. Aveva gridato quando le era stato comunicato il decesso del figlio sedicenne a causa di un incidente con il motorino. Da quel giorno e per parecchi anni, ricordo quella madre in abiti neri, ormai disinteressata a tutto il resto.
La strage
È ciò che mi è venuto in mente quando ho appreso la notizia della sciagura di Capodanno nella discoteca di Crans-Montana, la lussuosa località svizzera in cui hanno perso la vita 40 ragazzi e altri 116 sono rimasti più o meno gravemente feriti. Ho immaginato il dolore dei genitori e le grida delle madri che, dapprima incredule, cercavano di negare l’evidenza in un disperato quanto vano tentativo di cancellare il dolore e ritornare a qualche momento prima, magari al pomeriggio in cui avevano raccomandato di fare attenzione al figlio o alla figlia che non rivedranno più. Lo choc iniziale, l’incredulità, lasceranno presto il posto a una disperazione senza limiti che si unirà ai sensi di colpa verso se stessi, gli altri, il destino, il caso. E poi ansia, problemi fisici e cognitivi, confusione, insonnia. La mente, combattuta tra la negazione e la realtà opprimente e crudele, si rifugia in uno stato di auto protezione nel tentativo di trovare un’alternativa coerente. Di non impazzire.
L’emergenza psicologica
In occasione di calamità naturali (terremoti, alluvioni ecc.) ed eventi particolarmente violenti e distruttivi, i soccorsi sono di tipo medico seguito o concomitante all’intervento psicologico per i superstiti e i familiari. Il rischio concreto per chi è coinvolto direttamente e i loro familiari (vittime secondarie) è quello di sviluppare un forte disturbo post-traumatico da stress (PTSD) con possibili, serie conseguenze psichiche e psicosomatiche. L’intervento di professionisti ben addestrati, serve proprio a limitare tale eventualità, attraverso una serie di procedure ad hoc. Sicuramente, anche in occasione della sciagura svizzera, ci saranno stati momenti di forte attivazione emotiva con sintomi quali tachicardia, offuscamento della vista, vertigini, tremori incontrollati. Il cervello cerca un nuovo assetto, un modo per superare il trauma nell’immediato, poiché accettare l’orrore appena successo scuote profondamente e rischia di compromettere i livelli mentali basilari. Da qui la sensazione di svenimento, la derealizzazione (sensazione di vuoto alla testa, perdita di relazione con il proprio corpo nel tentativo di distaccarsi dalla realtà), di prendere tempo, di non soccombere davanti a tanto dolore.
L’intervento
Una delle tecniche utilizzate dagli psicologi dell’emergenza è il grounding (radicamento), attraverso il quale si riportano pian piano al presente le persone sotto choc, al fine di riacquistare il senso di realtà, dunque le coordinate che consentono di rimanere ancorati al qui e ora. Alcuni esercizi di grounding prevedono, ad esempio, in posizione eretta, di percepire la solidità della terra sotto i piedi, per poi spostare la concentrazione sulle gambe, salendo al bacino e al resto del corpo. Questa tecnica induce un inizio di rilassamento e di consapevolezza della solidità, la sicurezza di poter essere ben sostenuti, di avere ben saldi i piedi a terra. A partire dal proprio corpo, la persona riprende, così, la percezione di se stessa in rapporto all’ambiente circostante. Inizia, dunque, a rassicurarsi perché torna ad avere punti di riferimento concreti a cui ancorarsi, appunto. Si procede su questa linea riconfigurando tutto ciò che è possibile, attraverso l’utilizzo dei cinque sensi, sempre al fine di ricreare una connessione fattiva con la realtà. Questa metodica, qui accennata a grandi linee, assieme ad altre pratiche, contribuisce a mitigare il trauma nell’immediato, prevenire disturbi a lungo termine e facilitare il recupero successivo, con l’ausilio di altre risorse: psicodiagnostiche, di sostegno, psicoterapiche.
Quando si vivono di persona tragedie come questa, qualcosa si rompe in un modo che appare definitivo. I livelli emotivi si scompensano più o meno gravemente in relazione al grado di coinvolgimento fisico e psichico che si è avuto nella vicenda, e alla capacità individuale di sopportare e far fronte alle avversità. Non si tratta di apparire forti, ma di esserlo realmente e ciò dipende dall’educazione emotiva, dall’abitudine a esternare le proprie emozioni senza eccessi spropositati, ma anche senza costrizioni particolari. La tragedia di Crans-Montana ha scosso molto l’opinione pubblica per l’età delle vittime, perché alcune di esse erano italiane, per la vicinanza geografica e per l’evitabilità della sciagura che, a quanto è dato sapere, alla basa ha sempre e solo il guadagno a qualunque costo. Il mio pensiero va anche a tante altre tragedie in cui bambini e giovani, persone indifese, sono trucidati a migliaia. Povera gente immolata sui tetri altari di guerre e conflitti, voluti da potenti senza pietà che sembrano continuamente assetati di sangue e denaro. A qualunque costo...


Gli specchi del senso perduto di Teo Cavallo
Immaginate di essere un sommelier che all’improvviso non percepisca né odori né sapori. Non si tratta di raffreddore o Covid, ma di qualcosa che lentamente evolve in altre sensazioni disfunzionali, così che, per esempio, odori e sapori si trasformano di una miriade di colori. Oppure, pensate di essere un giovane disoccupato che non riesce più a vedere il proprio e il corpo degli altri, ma solo indumenti che si muovono. Immaginate, ancora, di essere un’insegnante che a un certo punto non collega più il giusto significato alle parole: legge, ma non comprende ciò che è scritto. Infine, un impiegato comunale che inizia a vedersi più vecchio di diversi anni; allo stesso tempo, vede sua moglie tornare bambina o diventare un’attempata signora. Sono i personaggi de “Gli specchi del senso perduto”, Delrai Edizioni, nuovo libro di Teo Cavallo, ostunese doc, da anni residente a Milano. Ho avuto modo di presentare qui, altri libri di Teo* con cui siamo amici da sessant’anni, ma quest’ultima sua opera mi ha particolarmente colpito. Già alle prime battute del libro, sono entrato nel ritmo che l’autore imprime delineando, pagina dopo pagina, il profilo dei protagonisti, così da far risaltare subito le forti tinte psicologiche del romanzo.
Chiedo a Teo Cavallo: ognuno dei personaggi sembra soffrire di un disturbo cui io, per deformazione professionale, cerco di dare un nome, pur sapendo che la natura del disagio è tutt’altra: dall’afasia di Ester che non comprende i significati delle parole, ai dismorfismi di Giulio, che non vede il suo corpo, e di Emilio che si percepisce invecchiato, alle sinestesie di Chiara che vede gli odori sotto forma di colori. Cos’hanno in comune questi personaggi?
Quello che hanno in comune Ester, Emilio, Chiara e Giulio, infatti, non è una patologia specifica, ma una frattura del senso. In tutti loro si rompe il legame tra il corpo, il linguaggio e la relazione con gli altri. Il sintomo è diverso, ma la ferita è la stessa. Ester perde il significato delle parole, Emilio il tempo come direzione, Chiara l’ordine dei sensi, Giulio la percezione del corpo. Ma nessuno di loro è “malato” nel senso classico: sono persone che vivono isolate, ciascuna dentro una competenza, una convinzione o una difesa che li ha protetti a lungo - e poi li ha separati. Se proprio dovessi usare un’unica etichetta, direi che soffrono tutti della stessa condizione molto contemporanea: una incapacità a stare in relazione senza schermi - cognitivi, sensoriali, ideologici. Il romanzo non vuole diagnosticare, ma suggerire che il senso non si cura dall’interno. Accade - a volte - quando qualcuno ci guarda davvero. E forse è per questo che l’unico momento di “guarigione” possibile passa da uno specchio condiviso, non da una terapia individuale. In fondo, più che pazienti, sono test clinici della nostra epoca.
Sono convinto che chi leggerà il tuo libro, lo farà senza filtri professionali. Quando conosco l'autore di un libro, mentre lo leggo non posso fare a meno di immaginarlo intento a scrivere o in altre situazioni. Con Gli specchi del senso perduto, invece, spesso dimenticavo l’autore, preso dai tratti kafkiani dei personaggi e questo significa che la trama attrae ed è robusta. È stato difficile - e lo è ancora - convivere con i tuoi personaggi?
Sì. Ed è una difficoltà che non finisce con l’ultima pagina. Convivere con questi personaggi è stato faticoso perché non sono “altro da me”: ognuno di loro porta all’estremo una possibilità che conosco, che ho attraversato o che riconosco nel nostro tempo. Scriverli ha voluto dire abitare a lungo zone di smarrimento senza la consolazione di una diagnosi o di una soluzione. La difficoltà più grande non è stata inventarli, ma non difenderli. Lasciarli esposti, incompleti, a volte persino antipatici. Accettare che non guariscano davvero, che non imparino una lezione chiara, che restino fragili. E lo è ancora, sì, perché quando un personaggio funziona non ti lascia. Continua a bussare nella vita quotidiana, nelle conversazioni, negli ascensori veri. Ogni tanto riconosco uno di loro in me - ed è il momento meno comodo. Diciamo che non sono personaggi con cui vorrei condividere un appartamento. Ma sono quelli con cui valeva la pena condividere un libro.
Inevitabile riconoscersi in alcuni tratti psicologici dei protagonisti, nei quali, appunto, il disturbo è metafora di insoddisfazione, di conflitti che ribollono da tempo e che devono esplodere per procedere alla rinascita.
Sì, è inevitabile riconoscersi. Ed è vero che il disturbo funziona come segnale di un conflitto che covava da tempo. Ma più che a un’esplosione o a una rinascita, ero interessato a un’incrinatura: un momento in cui qualcosa si sposta, senza risolversi davvero. I personaggi non guariscono, non cambiano vita. Cambiano, per un istante, modo di guardare. Il disturbo non è una metafora terapeutica, ma una lingua alternativa: il modo in cui il corpo, i sensi o il linguaggio dicono ciò che non trova più spazio. Se c’è una possibilità, passa dall’accorgersi dell’altro. Il resto - come spesso accade - viene dopo, o non viene.
La scelta di due coppie e le rispettive occupazioni, sono casuali o rispondono a una particolare logica?
Non sono casuali. Le coppie e le occupazioni rispondono a una logica precisa, anche se non dichiarata. Le due coppie rappresentano due forme opposte di relazione: una che si sta spegnendo per abitudine e una che non è ancora iniziata per paura. In mezzo, c’è lo stesso problema: la difficoltà a riconoscere l’altro come necessario. Anche le occupazioni non sono decorative. Ognuno lavora - o pensa di lavorare - proprio nel punto in cui il senso dovrebbe essere garantito: le parole per Ester, l’informazione e il presente per Emilio, i sensi per Chiara, il corpo e il bisogno per Giulio. Ed è lì, non altrove, che qualcosa si incrina. In questo senso, non sono personaggi “inermi”, ma competenti. E forse è proprio questa la logica: oggi il senso non si perde per mancanza, ma per eccesso di controllo su un solo frammento della realtà.
I cambiamenti di prospettiva si susseguono a un ritmo sostenuto, fino ad arrivare alla sala degli specchi. Non voglio svelare la trama, ma il titolo è legato a questo momento. Una stanza catartica, purificatrice. Come hai immaginato questo meccanismo?
Lo specchio dell’ascensore è il primo momento in cui l’io traballa. È uno specchio ordinario, quotidiano, quasi invisibile. Serve a controllarsi, non a pensarsi. E proprio per questo funziona: coglie i personaggi impreparati. In quell’attimo ciascuno non vede solo se stesso, ma si vede accanto agli altri. Non ancora nel tempo, ma nello spazio. È il momento in cui l’io smette di essere centrale e diventa laterale, relativo. La sala degli specchi estende, va oltre quel momento. Se l’ascensore mette in crisi l’identità spaziale - io non sono solo - la sala degli specchi disorienta l’identità temporale - io non sono uno. Qui i riflessi non moltiplicano l’immagine presente, ma la estendono nel passato e nel futuro. I personaggi si vedono come sono stati, come avrebbero potuto essere, come temono di diventare. In questo senso, i due specchi non sono opposti ma complementari. Il primo introduce la relazione. Il secondo introduce la responsabilità nel tempo. Lo specchio dell’ascensore dice: non esisti da solo. Gli specchi della sala aggiungono: non esisti in un solo momento. Quando l’esperienza si interrompe e la realtà ritorna - il fumo, l’incendio, il corpo che deve agire - ciò che resta non è una rivelazione, ma un disallineamento: l’impossibilità di tornare a essere identici a prima. Il senso, allora, non nasce da un’immagine definitiva, ma da questo doppio scarto: vedersi con gli altri e vedersi nel tempo. E forse è qui che il romanzo prende definitivamente le distanze da Narciso: non c’è un’immagine da amare, ma una relazione da sostenere.

L’autore non ammicca, non si prolunga in inutili commenti. Le descrizioni sono accurate, condizione indispensabile che guida il lettore attraverso uno stile fluido e molto gradevole. Giusta la ricchezza di particolari che delinea la psicologia dei personaggi, descritti con la necessaria cura e mostrati nei loro lati deboli, nei quali alcuni di noi si riconosceranno. Consiglio sicuramente la lettura de Gli specchi del senso perduto.
* Nel numero di febbraio 2021, il libro Nostalgia di futuro e nel febbraio 2022, Matrioska entrambi editi da Europa Edizioni.


Maledetto razzismo!
Lo scorso mese venne da me un signore per una consulenza. Era la seconda volta che ci vedevamo, si accomodò e subito intravidi un’ombra di amarezza attraversare il suo volto, mista a qualcosa che non riuscivo a decifrare. Lo ricordavo sereno e illuminato da un perenne sorriso schietto e contagioso. Gli chiesi quindi “tutto bene?”. Lui mi rispose “sì, abbastanza” e intanto sorrideva. Sorridevo anch’io e lui capì che doveva spiegare. “Mentre citofonavo, per entrare nel cancello principale” disse “una signora usciva dal portone e, appena mi ha visto, ha portato la borsa al petto, come a proteggerla e proteggersi da un feroce attacco. Ha fatto dietro front ed è uscita dall’altro cancello con insospettata agilità”. Smisi subito di sorridere, cercando di immaginare chi fra i condomini, con i quali ho un ottimo rapporto di vicinato, potesse aver avuto una reazione tanto spropositata e insensata. Chiesi informazioni su statura e altri dati fisionomici che mi permettessero di risalire a quella persona, ma lui mi dice “no, non si preoccupi, ci sono abituato. Stamattina al mercatino rionale, soliti sguardi: qualcuno mi ignora, molti mi guardano con insistenza, a volte spaventati, spesso con sospetto e con quell’espressione di superiorità che usano anche per gli animali, probabilmente pensando di averne diritto per grazia ricevuta chissà da chi. Altri, sembra proprio che non intendano nemmeno sfiorarmi, per evitare chissà quale oscura malattia”.
Già, era così: l’amarezza di quelle parole, insieme a un velo di rassegnazione che non ero riuscito a cogliere prima, lo portavano a minimizzare, mentre io pensavo a quanto in basso stiamo scivolando. A come la gente si senta in pericolo a prescindere, spesso senza un reale motivo, per sentito dire, per procura, insomma. Un clima di paura cui ci stanno abituando attraverso notizie di cronaca e guerre, che in tante persone creano panico e in tutti un senso di strisciante incertezza. Di sicuro sono le persone più fragili psicologicamente e culturalmente a essere più soggette al martellare delle cattive notizie. Esiste solo il bianco e il nero e non soltanto in relazione alla mancanza di sfumature tra questi due opposti, ma proprio alla lettera. Già, perché il signore in questione è di carnagione scura.
Ma quale razza!?!
Il razzismo si basa su pregiudizi e stereotipi assolutamente irreali e spesso si associa a forme paranoiche e persecutorie. Per la scienza esiste un’unica razza, dunque non sussistono le condizioni fisiologiche per cui un essere umano possa essere considerato inferiore. I cervelli di un italiano, di un cinese o di un africano, sono perfettamente uguali tra loro, stessa conformazione, stesso numero di neuroni: ottantasei miliardi. A differenziarci fisicamente, c’è solo il colore della pelle, alcuni tratti esteriori e gli usi e costumi della zona in cui si nasce. Per il resto, internamente, siamo assolutamente tutti uguali. Vi ricordate la disputa “polentoni - terroni”? In modo meno marcato, ma esiste ancora. Noi meridionali, però, ci sentiamo o siamo realmente inferiori? Ovvio che no, a parte infrastrutture, ricchezza economica e altre modalità che non c’entrano nulla con il preteso privilegio di razza. Il razzismo si basa proprio sulla presunta inferiorità anche psicologica dell’altro e, di conseguenza, sulla propria pretesa superiorità: un pensiero molto disfunzionale. Probabilmente alcuni individui non hanno altro modo di sentirsi all’altezza della situazione, se non paragonandosi a chi è “diverso” e uscendone vincitore: indubbiamente questo comportamento nasconde problemi psicologici, talvolta importanti.
Razzisti si nasce o si diventa?
Il 16 febbraio scorso, “Il sole 24 ore” ha pubblicato on line un bell’articolo*1 in cui si analizza il fenomeno razzista nei dieci anni dal 2016 ai giorni nostri. Inutile dire che è aumentato notevolmente, proprio in relazione alla crescita del cosiddetto pensiero “sovranista” e delle concomitanti, arbitrarie aggressioni di alcuni Stati verso altri Stati. Nell’articolo si legge: “«Da dove vieni?» è quella domanda curiosa che viene posta a persone non bianche per conoscerne le origini. Ma se quella domanda viene posta 15 volte al mese per tutta una vita diventa il ricordo costante che non si appartiene e mai si apparterrà. Si chiama razzismo interpersonale e si riferisce a battute, commenti e micro aggressioni agite da una persona verso l’altra. Dieci anni fa le micro aggressioni esistevano ma non avevano ancora un nome condiviso e diffuso. Oggi lo riconosciamo e in alcuni contesti sappiamo chiamarlo con il suo nome: razzismo. Il razzismo infatti non riguarda solo gli altri: sono le parole che ascoltiamo in famiglia, le battute in televisione. Cresce e monta dentro di noi, si annida nel linguaggio che usiamo e nell’immaginario che contribuiamo a costruire ogni giorno. Significa prenderci la responsabilità di ciò che ignoriamo e accettare di essere parte del problema.”
Infatti, razzisti non si nasce ma si diventa, per esempio ascoltando e assistendo da piccoli a dialoghi tra adulti, a esternazioni, a commenti fatti come se i figli non fossero lì a recepire tutto, ad assorbire il disprezzo verso altri esseri umani. Certo, la delinquenza nelle grandi città raggiunge picchi preoccupanti e di sicuro qualcosa va fatto per risolvere il problema che, però, non è certo facilitato da norme obsolete e da organici delle forze dell’ordine ai minimi storici. Ma questo è un altro capitolo. Sicuramente c’è chi delinque, ma tra tanti di colore bianco, salta all’occhio subito chi ha la pelle nera. Giusta pena per chi delinque, a prescindere dalla nazionalità, ci mancherebbe! Ma tantissime persone lavorano sodo, per esempio, in agricoltura, sottopagate e lasciate vivere in topaie quasi a fargli scontare la presunta inferiorità, per approfittare del loro stato di bisogno. È il caso delle baraccopoli nel foggiano, che spesso prendono fuoco e che “accolgono” esseri umani che lavorano quanto e come un italiano non vuole fare. E mi sovvengono le parole di Papa Francesco "gli Stati vengono asserviti agli interessi di un gruppo dominante, per lo più per motivi di profitto, che opprime le minoranze etniche, linguistiche o religiose"*2.
Confesso che inizialmente avrei voluto davvero sapere chi fosse la signora che aveva così inopportunamente manifestato l’assurda paura, per poterle dire di trattenersi dal mostrare simili atteggiamenti in seguito e di… Vabbè, poi in realtà non l’avrei fatto. Comunque, non certo con astio perché, a pensarci meglio, era lei la persona più fragile in quel momento e, dunque, il razzista sarei stato io.

*1 https://alleyoop.ilsole24ore.com/2026/02/16/razzismo-italia-2/
*2 Tratto dall’intervento all'Assemblea plenaria della Pontificia accademia delle Scienze Sociali – 2019


Oh no, una ruga!
È estate e fa caldo. Tre anziani, residenti in una casa di riposo, decidono di entrare in una villa lì vicino. All’interno c’è una piscina: un richiamo irresistibile con tutta quell’afa. Non vedono mai nessuno in quella casa, che sapevano disabitata. In qualche modo entrano e finalmente possono fare un bagno rinfrescante. Subito avviene qualcosa di miracoloso: niente più dolori, spariti tutti gli acciacchi e i tre attempati signori, iniziano a nuotare manco avessero vent’anni, senza provare il benché minimo segno di stanchezza. Vogliono condividere questa meravigliosa scoperta, così invitano altri loro amici. Tutti tornano a fare quello che facevano in gioventù: ballano, corrono, si divertono senza alcuna conseguenza. Persino le patologie più gravi si dissolvono: niente più pressione alta, demenza, diabete, cancro e così via. Una manna… dall’acqua, in questo caso. Figurarsi, quindi, se qualcuno di loro fa caso più di tanto a quegli strani involucri, quelle specie di bozzoli che giacciono sul fondo. Quei contenitori in realtà proteggono i corpi di alcuni alieni caduti sulla Terra anni prima per un’avaria all’astronave, e sono in attesa di essere prelevati da loro simili, peraltro arrivati da poco. Le sembianze sono umane ed hanno affittato quella villa per poter conservare i loro amici in un liquido adatto a mantenerli vivi fino alla partenza verso il loro pianeta. Si tratta del bellissimo Cocoon - L'energia dell'universo un film del 1985, in cui il regista Ron Howard esplora temi psicologici profondi legati all'invecchiamento, alla vitalità e all'accettazione della vita, usando la fantascienza come metafora. Gli alieni, una volta tanto raffigurati come buoni, si sono affezionati a quegli arzilli vecchietti, tant’è che prima di partire gli propongono di seguirli. Sul loro pianeta vivranno per sempre e in buona salute.
Vecchio io? Mai!
Il terrore di invecchiare prende il nome di gerascofobia. Non si tratta del semplice timore di invecchiare, ma di una paura anomala, costante, immotivata e spesso infondata, in quanto riguarda persone non molto in là con gli anni. Altro è il timore della morte (che, nella sua forma fobica, si chiama tanatofobia), presente solo nell’essere umano, poiché gli altri animali non hanno questa consapevolezza. La gerascofobia rientra nelle fobie specifiche, ovvero le paure irragionevoli verso situazioni, circostanze o oggetti e soggetti specifici, appunto, come ad esempio la fobia dei serpenti e dei rettili in genere (erpetofobia), anche da parte di chi, magari, non ne ha mai visto uno. L’età in cui inizia a manifestarsi la gerascofobia si aggira in genere tra i quaranta e i cinquant’anni, con riscontri anche tra persone più giovani. Insieme alla gerascofobia, infatti, va menzionata la sindrome di Dorian Gray, il personaggio creato da Oscar Wilde. Nel romanzo Il ritratto di Dorian Gray, questi è un giovane molto bello, ricco e di nobile famiglia, che stringe un patto con il diavolo per cui il suo ritratto invecchierà, mentre lui rimarrà giovane. L’anno di pubblicazione del libro è il 1890, dunque Oscar Wilde sembra anticipare di almeno un secolo, le brutture di una società basata sull’individualismo. I modelli proposti, ormai riguardano la forma esteriore, l’involucro, la moda, l’apparenza. Tanti ragazzi nascono e crescono respirando quest’aria in cui le emozioni, spesso, si limitano al rapporto con uno smartphone. Ma la natura fa il suo corso preannunciando, inesorabilmente, i primi segnali che indicano il passare del tempo. La sindrome di Dorian Gray è molto simile alla gerascofobia ma si differenzia da quest’ultima soprattutto per i tratti tipici del narcisismo patologico: la convinzione di essere unici e migliori di chiunque altro che in alcuni casi conduce, appunto, al terrore di invecchiare.
I sintomi
Non è tanto la paura sproporzionata di morire, la caratteristica della gerascofobia, quanto di non essere più accettati come persone ancora “valide”, di “appassire” e perdere vitalità e la propria autonomia, di dimenticare e dover dipendere da altri fino a essere ricoverati in una Rsa. In soggetti predisposti, anche l’idea della pensione, ovvero dell’esclusione da una consuetudine riservata alle persone ancora “valide”, può essere il motivo scatenante di paure legate a un futuro incerto e relativo abbassamento dell’autostima. Una recente ricerca* ha evidenziato quanto sia preponderante l’ansia per la propria immagine corporea, vissuta come negativa, che alimenta pensieri ossessivi e intrusivi sul trascorrere del tempo. Un fisiologico calo delle prestazioni fisiche o la presenza altrettanto normale di qualche capello bianco o di piccole rughe, conducono a comportamenti compulsivi quali guardarsi molto spesso allo specchio con grande frustrazione, anche al solo pensiero di visionare le “novità”. Da qui il ricorso a massicce dosi di cosmetici, fino ad arrivare a piccoli e grandi interventi di chirurgia estetica, molto richiesti negli ultimi anni. Inoltre, il gerascofobico evita luoghi e persone che possano ricordargli l’anzianità, preferendo spesso abiti e atteggiamenti forzatamente giovanili. Questi comportamenti sono associati a sintomi fisici che possono diventare invalidanti: ansia generalizzata, tremori, irritabilità e umore instabile, tachicardia, sudorazione e senso di panico in special modo quando si avvicina la data del proprio compleanno o se una conversazione si sposta casualmente su temi sensibili. Insonnia ed evitamento sociale, completano il quadro di una situazione che può facilmente regredire se affrontata in tempo.
Consigli
Negli anni ‘80 c’era uno spot Le immagini di persone sempre giovani e attive nonostante l’età, fanno sentire gli altri, quelli veramente normali, delle cariatidi inservibili. Sono gli stereotipi sociali suggeriti anche dalla pubblicità, che ormai fanno parte, ahimè, della nostra epoca e condizionano non poco le persone emotivamente più fragili. Un mio conoscente ha sempre fatto l’idraulico nella sua vita e ora, a settantadue anni, continua a fare qualche lavoretto, sebbene in pensione. È sicuramente un eccezione, dovuta anche a un fisico integro e ancora ben strutturato. Non è mia intenzione suggerire lavori pesanti o stressanti. Tutt’altro! Chi si è trovato a suo agio con il lavoro e ne avesse la possibilità, potrebbe continuare con moderazione l’attività, sempre in relazione alle proprie condizioni di salute. Va bene anche dedicarsi ad altro, che sia un hobby o un’attività sociale. A questo proposito, suggerisco l’UniTre di Ostuni, davvero molto attiva nell’organizzare incontri culturali e corsi molto utili. Colgo l’occasione, per ringraziare in particolare il dott. Fernando Rizzello, responsabile del corso Medicina e Benessere, nel quale ho parlato di “Memoria, test diagnostici e metodi per allenarla”, tenutosi il 25 marzo scorso. Chi è interessato, può prendere visione dei programmi dell’UniTre qui su Lo Scudo, oppure sul sito www.unitreostuni.it Se non dovessero bastare queste indicazioni, è consigliabile parlarne con il proprio medico di famiglia, poiché, tutto il tempo impiegato a rimuginare e a soffrire è tempo sottratto alla vita.
Epilogo
Un'energia aliena dona, dunque, una nuova giovinezza a un gruppo di anziani, riaccendendo in loro il desiderio di vivere e di amare, spingendoli a confrontarsi con il significato dell'esistenza, della mortalità e della scelta di un futuro, ponendo domande sull'empatia e sulla vera conoscenza di sé. Cosa avranno scelto alla fine i nostri arzilli vecchietti? Saranno su Antarea, il paradisiaco pianeta degli amici alieni, a godersi la vita? Nel film, alcuni di loro accettano di partire, mentre altri scelgono di restare sulla Terra. Non sono da biasimare né gli uni né gli altri, ma forse chi decide di restare, benché senza più beneficiare dei taumaturgici effetti di quell’acqua, lo fa perché ha riscoperto l’energia dell’universo, il titolo scelto non a caso dal regista. Nulla di trascendentale, di pseudo mistico, ma consapevolezza che “energia” non significa solo forza e prestanza fisica, bensì un buon rapporto con se stessi e con ciò che ci circonda. Significa, dunque, anche accettazione della realtà, di quello che si è e di come il tempo ci trasforma insieme a tutto il resto. È presa di coscienza, non rassegnazione. Tutti noi possediamo questa peculiarità che, però, a volte sfugge facendoci perdere in meandri da cui è difficile uscire. Ma non impossibile!

*“Psychological predictors of gerascophobia among middle-aged and older adults: the role of health anxiety and body image satisfaction” (2025), Alsenany S.A.


Bellissima giornata primaverile. Un tepore che mette allegria, come del resto è normale in questa stagione. Mi piace anche il caldo estivo, sempre che le temperature si mantengano, come sempre, sotto i ventotto gradi. Sono in fila con tanta altra gente nell’arena dell’Anfiteatro Flavio; da qui sembra davvero immenso. Di solito assisto ai giochi dagli spalti, pieni anche oggi di gente particolarmente agitata e urlante. In coda, c’è chi ha in mano un frustino, alcune donne un calceo, che sembra la solita scarpa, ma ha l’aria di essere particolarmente rinforzata. Mano a mano che la fila avanza, dal lontano centro dell’arena provengono colpi sordi a cui corrispondono grida più o meno forti di dolore. Strano, mi dico, non sono preoccupato. Anzi, non vedo l’ora che giunga il mio turno di… Già, di cosa? Intanto che ci penso, siamo quasi arrivati al centro. I colpi si fanno più forti, accompagnati da un “tie’!”, da un “te gonfio come ‘na zampogna!” e da ingiurie non riferibili. Le risposte si limitano a “ahia!” e “mamma mia che botta!”. Ecco, tra poco tocca a me. Inizio a vedere alcune persone sedute su delle panche, mentre prendono schiaffi, scarpate e insulti dai componenti la lunga fila. Ma io non voglio colpire nessuno, per carità! Non conosco nemmeno questi poverini seduti lì e… No, un momento… Non so bene in quale anno e in quale governo, ma questi li ho già visti. Sì, in Tv! Quello è un ministro? E quell’altro un sottosegretario? Guarda lì, un altro ministro, anzi due; no, tre. Tutti a prendere ceffoni e ciabattate. Chiedo a chi mi sta vicino cosa succede e lui, con espressione meravigliata, mi fa “stamo a menà li politici che nun so’ stati de parola”. Sto per chiedere altro, ma un suono mi attrae, una specie di musica ripetitiva che mi distrae fino a… sì, a destarmi. È la sveglia, è ora di alzarsi, ma prima devo decidere se era un incubo o un bel sogno.
“ma che faccia da schiaffi!”
Alzi la mano chi non ha mai detto o pensato (almeno) questo, di alcuni rappresentanti dei governi nazionali o locali. Sia ben chiaro che non tutti i politici sono uguali, ovviamente, ed è sbagliato sostenere che non esistano persone valide e oneste; ce ne sono e non sono poche. Purtroppo i professionisti del tre carte, come definisco molti politici e governanti, spacciano per indispensabili realizzazioni di progetti che non portano nulla di realmente valido per i cittadini, né a breve né a lungo termine. Al di là della facile deduzione sui reali interessi di alcune iniziative, di certo c’è che tanti personaggi politici sembrano fatti con lo stampo. Eppure continuano a essere votati, anche quando non hanno mantenuto le promesse fatte in campagna elettorale o, peggio, rischiano direttamente o appoggiando loro alleati, di creare conflitti, guerre, distruzione. Allora, perché li votiamo, siano essi a capo dei governi, delle Regioni o dei Comuni?
La sindrome dell’arroganza
Molti considerano i politici una casta, una sorta di razza a parte: nascono già così, si riproducono, hanno il gene del pensare a se stessi, del non fare niente ma fatto bene. Ovviamente sono del tutto uguali a noi, benché gli statisti qualcosa di particolare, di differente dovrebbero possederla: la lungimiranza, la visione globale del futuro, come per esempio, i padri costituenti e tante altre personalità di grande caratura civile e morale, che si sono susseguiti. Capita, invece, che i governanti degli ultimi decenni - e non mi riferisco a un unico schieramento in particolare - siano piuttosto miopi, presi solo dal gradimento immediato. Ma se determinati comportamenti negativi si ripetono, perché gli elettori continuano a votare le stesse persone? Durante un scambio di idee con il mio caro amico, nonché direttore di questo mensile, Ferdinando Sallustio, lui mi chiedeva con la sua proverbiale verve ironica “I potenti sono folli per definizione? Perché noi (quelli che votiamo) crediamo alle loro promesse? Siamo leali o siamo democretini?”. Qualcuno disse “il potere logora chi non ce l’ha”, ma pare non sia proprio così. Il potere può logorare e uno studio pubblicato nel 2023 su Cambridge University Press*, ipotizza proprio come il potere possa modificare alcuni tratti della personalità.
È stata definita sindrome di Ubris, arroganza appunto, l’insieme dei sintomi che fanno sentire ingiustificatamente speciale il personaggio in questione. Nel corso del suo mandato, egli acquisisce sempre più spavalderia con la convinzione di essere superiore, di meritare molto più di quanto già non abbia in termini di potere, di considerare chi si oppone, un intralcio inutile al proprio operato. Solo chi è d’accordo merita una certa considerazione e i giudizi e le critiche espresse dall’opposizione e dai media, servono solo a confermare la giustezza infinita delle decisioni prese. Mano a mano che il tempo trascorre, si sente inebriato dalla propria posizione e dal potere che lo rende intoccabile. L’autostima sale alle stelle e l’individuo si sente sempre più invincibile e incontestabile. Ciò conduce inevitabilmente a commettere errori su errori, peraltro sottovalutati o, addirittura, spacciati per tattiche e strategie necessarie. Confusione e cambiamenti repentini di rotta, caratterizzano l'operato di questi soggetti. Questa nuova sindrome, ha molti punti in comune con il disturbo narcisistico patologico, ma a differenza di esso, parrebbe regredire quando decade la carica. Per il narcisista patologico, invece, le condizioni non potranno che peggiorare se eletto a una carica politica. Facile immaginare le conseguenze per i cittadini e per la popolazione mondiale, quando il politico è capo di una super potenza e riceve sostegno da suoi omologhi sparsi per il pianeta.
Il prosciutto sugli occhi
Le domande sorgono spontanee: ma perché li votiamo, o continuiamo a farlo, nonostante le esperienze negative? I marziani sono loro o chi si ostina caparbiamente a non vedere i risultati reali, spesso deludenti se non disastrosi, e continua a dargli fiducia? Eh sì, noi c'entriamo, anche a causa di un bias, una distorsione cognitiva, che non ci consente di ammettere i nostri errori. Idealizziamo le persone in cui abbiamo riposto tanto affidamento, fino a sentirle quasi di famiglia, incapaci di tradirci; finalmente abbiamo trovato la persona giusta, seria, competente, disinteressata, colei o colui che ci salverà. Ma dove si nascondeva finora, dov'era? Può addirittura somigliare a un parente; ha anche un modo così chiaro e diretto di presentare le questioni e poi è simpatico, insomma, la persona giusta! Se molto ricco, per alcuni il candidato diventa ancor più affidabile poiché è stato furbo e abile a farsi i milioni, dunque va seguito ed emulato, trascurando da dove proviene tutto quel denaro. Altri ancora sembrano figli del popolo e parlano come noi, dunque ci identifichiamo così tanto in essi, che ammettere, poi, i loro errori equivarrebbe ad ammettere di aver sbagliato. E qui
il cervello dice alt!
Nel numero di settembre del 2025, scrissi un articolo su uno dei bias più comuni che riveste un ruolo importante anche in questo ambito. Riporto alcuni spunti: "La negazione difensiva è una forma di distorsione cognitiva, un cosiddetto bias che consiste nel negare o sminuire realtà e situazioni ritenute spiacevoli, nel tentativo di ridurre l'ansia a esse collegata. Le tensioni che si verificano in presenza di pensieri e comportamenti in conflitto tra loro possono, infatti, scatenare contrasti emotivi di difficile gestione. Questo processo è spesso automatico e inconscio, radicato nei meccanismi psicologici che regolano autostima e senso di identità. I bias cognitivi sono anche scorciatoie mentali che ci spingono a prendere decisioni irrazionali e/o a interpretare la realtà in modo distorto." In altri termini, a molte persone riesce difficile constatare e ammettere di aver sbagliato, poiché sarebbero messi in discussione principi, comportamenti e modi di pensare radicati profondamente.
Ho semplificato le risposte alle domande di Ferdinando per ragioni di spazio, ma anche perché è un argomento molto complesso. Alle prossime votazioni, siano esse locali o nazionali, oltre a recarci in tanti, cerchiamo di approfondire i programmi proposti dai candidati e lasciamo da parte la simpatia che in alcuni casi potrebbe essere fuorviante. P.s.: la temperatura massima estiva sotto i ventotto gradi, me la sono concessa in sogno, ahimè, presumendo quelle medie nell’Italia dell’epoca. Un buffetto sulla guancia, forse l’avrei dato anch’io, ma nella realtà preferisco sostenere candidati di comprovata onestà intellettuale.
*Fonte: https://www.cambridge.org/core/journals/psychological-medicine/article/consider-the-hubris-syndrome-for-inclusion-in-our-classification-systems/2BD9CCD92BE816A808C356EF8BCC4D63


Guarda, un Ufo che vola!
Da ragazzini, ma, lo confesso, anche da giovani più che ventenni, ci divertivamo a guardare in alto e a segnare con un braccio alzato qualcosa di strano nel cielo. Preferivamo luoghi abbastanza frequentati e piazza della Libertà, qui a Ostuni, si prestava bene a questo giochino. La gente intorno a noi subito alzava la testa a cercare chissà cosa. Noi, intanto, esclamavamo versi di stupore “uh! guarda là! no, più in là! oddioooo!” Le persone volevano vederla quella cosa, magari immaginandola aliena, magica, irreale e molti davvero dicevano che c’era, suggestionati a sufficienza. Pian piano le teste all’insù diventavano più numerose, mentre noi ci defilavamo discretamente, trattenendo a stento le inevitabili risate. Non sapevamo all’epoca, di condurre veri e propri esperimenti sulla
suggestione
Il meccanismo della suggestione consiste nell’accettare e far propri concetti, idee, convinzioni, comportamenti e quant’altro provenga dall’esterno (autosuggestione, se l’input è frutto di nostre idee e comportamenti). Si da’, cioè, per scontato che qualcosa sia reale, stia accadendo, oppure esista a prescindere dalle proprie personali valutazioni. In definitiva è un processo che supera le barriere coscienti ed è accettato come vero, oltrepassando i filtri della critica e della razionalità. Nei bambini è un processo di apprendimento, attraverso cui immagazzinano e danno per certe, informazioni provenienti dagli adulti. Tutto normale, poiché non hanno dati per confutare le varie nozioni.
Come funziona la suggestione
Noi siamo i nostri ricordi. Senza, non avremmo legami con gli altri, con il nostro passato, con il nostro essere. Le suggestioni sono legate ai ricordi che la nostra mente tende spesso a modificare persuadendoci, appunto, di aver vissuto gli episodi in modo meno coinvolgente e doloroso. Allo stesso modo, possiamo colmare lacune mnemoniche relative a fatti accaduti tanto tempo fa, imbellettandole con avvenimenti spesso dovuti alla suggestione. La suggestionabilità dipende da tanti fattori: educazione, rapporti con gli altri, grado di istruzione e di cultura. Altre componenti importanti come l’emotività, quando associata ad ansia, stress e bassa autostima, possono spingere a far proprie le opinioni di soggetti vissuti come autorevoli o esperti, quando in realtà non lo sono.
Gli effetti placebo e nocebo
La suggestione può avere effetti realmente positivi o negativi che coinvolgono la persona nel suo insieme pisco-fisico. L’effetto placebo è un esempio tra i più rappresentativi di questo meccanismo, in senso positivo: se assumiamo una sostanza inerte, che non ha nessun principio attivo, ma siamo convinti che quel farmaco sia realmente efficace, ebbene in tanti casi lo diventa davvero, in quanto avvertiremo reali miglioramenti psico-fisici. Al contrario, se siamo convinti che lo stesso farmaco potrebbe essere nocivo, con molta probabilità staremo male assumendolo. Quest’ultimo è l’effetto nocebo, l’esatto contrario del precedente, ma entrambi sono legati alle aspettative, dunque alla suggestione, poiché quest’ultima è molto connessa alle nostre attese e ai nostri desideri coscienti, ma soprattutto inconsci.
Ottimo, anzi, pessimo!
In un importante esperimento messo a punto per studiare la suggestione e in particolare gli effetti placebo e nocebo, i ricercatori1 fecero annusare una sostanza odorosa a due gruppi di persone; al primo dissero che avrebbe avuto effetti positivi sulle prestazioni ai vari test. Al secondo gruppo, invece, comunicarono che avrebbe potuto influire negativamente sul rendimento agli stessi test. Sì, avete capito: la maggior parte dei componenti il primo gruppo, totalizzò punteggi molto alti, al contrario del secondo le cui prestazioni furono piuttosto scarse. Tanti altri studi sono stati condotti sulla suggestionabilità, per comprenderne i meccanismi tuttora non del tutto chiariti. Addirittura, in un esperimento riferito da un altro ricercatore nel 19592, ad alcuni soldati feriti in situazioni di conflitto armato, fu somministrata una semplice soluzione fisiologica al posto dell’antidolorifico: il dolore si attenuò, proprio secondo le attese del ferito. Ancora una volta si dimostrò fondamentale il ruolo delle aspettative personali, nel meccanismo della suggestione. Chi soffre di ansia, li conosce bene: sa quanto questi processi possano essere dirompenti e i loro effetti paragonabili alle onde circolari che si allargano sempre di più, dopo aver buttato un sassolino nell’acqua.
Internet e suggestione
I processi della suggestione sono ben noti ai gestori dei vari social e da Google in quanto motore di ricerca più utilizzato. Gli algoritmi (i programmi che fanno funzionare social e Google) sono impostati al guadagno, dunque tutti i dati forniti quando ci soffermiamo su una pubblicità o leggiamo un post che parla “casualmente” di creme, auto e quant’altro, stiamo esprimendo involontariamente le nostre preferenze. La stessa geolocalizzazione (quella funzione dei telefonini che consente di conoscere la nostra posizione, per accedere alle mappe stradali e altro), suggerisce a Google dove siamo in quel momento, in quale negozio siamo entrati, quali sono i nostri spostamenti e così via. Un tracciamento delle nostre abitudini che serve proprio per indirizzarci, per esempio, verso l’acquisto di uno specifico prodotto. Iniziamo a vedere immagini di quel prodotto sui social, finché non lo acquistiamo e il gioco è fatto, la suggestione ha avuto effetto. Identico meccanismo sussiste quando guardiamo i vari post e i relativi commenti cui magari rispondiamo, e così via. I nostri interessi, la nostra curiosità vengono registrate e inizieremo, come per magia, a vedere più argomenti simili. Qui scatta un altro meccanismo di suggestione: programmi ad hoc e moltitudini di cosiddetti troll intervengono in quei post per insinuare sospetti, sparlare di un certo personaggio, seminare odio e confusione. Eppure i troll (persone pagate da società specializzate in “distrazioni di massa”) sono facilmente individuabili. Basta cliccare sui loro profili per accorgersi che hanno poche “amicizie”, dunque sono falsi, ma pochi usano questa accortezza. La suggestione si basa sul dubbio, che ha facile presa quando la mente non è, per così dire, allenata a vagliare le diverse possibilità, per escludere le più assurde. Ecco, allora, che vien facile credere a ciò che si vuole. Così, quello che non conosciamo diventa plausibile, nonostante in cielo non stia volando nessun oggetto strano.
Fare ricorso alla razionalità, alle proprie facoltà critiche, non significa affrontare la vita in una monotonia cerebrale che non concede spazi alla fantasia e all’immaginazione. Il segreto sta nel distinguere le suggestioni negative da quelle positive. Farsi suggestionare da un bel tramonto, lasciarsi andare con il proprio partner, vivere con opportuna leggerezza le varie situazioni, cercare nelle nuvole volti, oggetti, animali, significa stare sicuramente meglio che aspettarsi alieni guardando il cielo. Magari suggestionati da qualche ragazzo in vena di burle.
1 Colagiuri, Livesey e Harris, 2010
2 Beecher, HK (1959). Il potente placebo. Journal of the American Medical Association

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